Ma poco dopo Cecchino riapparve colle lagrime agli occhi e col biglietto da mille che doveva asciugarle, come il povero figliuolo pareva tentato di fare, e allora Giovanni fu il primo a domandare sul serio che cosa era stato.

— È stato, rispose Cecchino, che il padrone se ne va, la padrona se ne va, tutti se ne vanno, e mi hanno licenziato.

Ambrogio riapparve e chiamò: Giovanni! — e il cuoco non potè manifestare il proprio pensiero al suo aiutante.

Ma non si tardò a vedere che anche la faccia del cuoco si era allungata, che pareva così difficile, perchè a lui pure il conte aveva detto che se ne andava, che se ne andavano, e che non era più in grado di mantenere tanti servi.

— Non è la cosa in sè, assicurava Giovanni; è il modo con cui me l’ha detta. — Giovanni, mi ha detto: da quanto tempo eri al servizio di mia madre? — Da dieci anni; ho detto — E lui ha detto: tu sei un vecchio amico di casa — Oh! sì! sì! ho detto — E lui: ci dobbiamo lasciare; ha detto — E aveva la voce tremante. — Vado in un paese dove non avrò bisogno di essere molto servito, vado per lavorare anche io — Ha detto così per dire, si capisce, ma l’ha detto, e non so perchè mi ha fatto pena l’idea di vederlo lavorare. Che cosa vuol fare?

— Stefano! chiamò sommessamente Ambrogio; dalla porta socchiusa si vide un momento il conte Cosimo, che teneva la fronte appoggiata alla mano sinistra, mentre colla destra scriveva. A Stefano pure ed a Francesco ed a Pantaleo in ultimo seguì lo stesso caso. Se non si ride, se non si fa il chiasso quando si ha un biglietto di mille lire in tasca, quando mai si può stare allegri? Così diceva il cuoco; e pure Stefano, Francesco e Pantaleo ne avevano meno voglia di prima — tale e quale come il cuoco. In quello stanzino del conte si era mostrata a ciascuno di loro l’immagine confusa di una sventura a cui non sapevano dare un nome, e mentre si consolavano a vicenda, dicendo forte che essere licenziati da una buona casa, col ben-servito in regola, non è un male da morirne, che in Milano le case dei signori non mancano, mentre dicevano questo, erano stupiti di scorgere dentro il loro cuore un sentimento, che valeva più di mille lire e che toglieva valore a quel biglietto della Banca Nazionale. Cecchino, per esempio, era sicuro che se il signor conte gli avesse detto: «restituiscimi il tuo biglietto da mille e ti conduco meco in Sardegna,» egli avrebbe detto di sì. — Giovanni, più sincero o più avveduto, confessava che avrebbe chiesto tempo a riflettere e che avrebbe finito col dire di no; ma erano tutti certi d’aver dentro qualcuno, il quale aveva una gran voglia di fare questo contratto rovinoso.

Mentre duravano i commenti, venne nell’anticamera Ambrogio.

— Ragazzi, disse egli con voce sepolcrale, il signor conte partirà fra due giorni; sono incaricato di pagarvi, oltre il salario, un’indennità per gli otto giorni d’uso. Assesteremo i conti domattina; ma se qualcuno di voi vuole andarsene subito, lo dica.

— Se io me ne vado, disse Giovanni, chi fa la cucina?

— Non si fa più cucina, si mangia dal trattore.