E Viola venne anch’essa sull’uscio, poi sull’omero della dispensatrice del miglio.

— Fa pietà, soggiunse la signora Valentina, vedere come gli uomini trattano gli animali: a gesti, a grida senza senso — bisogna pigliarli sul serio, far loro dei ragionamenti chiari, pacati e logici, allora stanno attenti e capiscono.

Grazietta uscì a ridere; non era persuasa.

— È qui lei? disse Valentina, si faccia innanzi, si stirerà le braccia poi, signor poltrone.

Il gatto nero, così interpellato, continuava a stirarsi allungando il corpo, e non si dava pensiero di affrettare; ma finalmente venne, diede un paio di capate contro le gambe della signora e le si accosciò ai piedi. Allora la signora battè le mani, e subito Arturo, Eugenio, Edmondo, Viola e gli altri vennero con un ciaramellio allegro a svolazzare intorno al micio, che neppur si mosse.

La fanciulla ripeteva: «oh! bello! oh! bello!» e l’educatrice, non punto tronfia dell’opera sua, si rizzò in piedi lasciando cadere una manata di miglio per terra e dicendo che se l’erano meritata. Il gatto nero si scosse, le si attaccò ai calcagni e l’accompagnò in cucina.

Che avrebbe potuto fare Mario, povero ignorantello, in mezzo a quella turba di dotti? Per questo forse, quando Grazietta gli aprì la gabbia, non volle uscire, accontentandosi di beccare il miglio sulle mani della padroncina.

«Tu non sai tante belle cose, le imparerai anche tu, diceva Grazietta, imitando senza volere il tono della signora Valentina.

E parve proprio che Mario avesse capito, perchè rispose, salvo errore: «Io so cantare!»

E cantò così bene, in un tono acuto, un’arietta tanto allegra, tempestata di gorgheggi così difficili, che la fanciulla battè le mani. Gli altri canarini si provarono a fare altrettanto, ma la vocetta di Mario sorpassava tutte le altre.