— Una farfalla! corresse Corrado ridendo.

Anche Grazietta rise, poi corse nell’orticello, andò a deporre il bozzolo nel fesso da cui l’aveva staccato, e fu di ritorno in un attimo. Visitarono il salotto e la cucina, poi salirono le scale. Giunti dinanzi alla gabbia dei canarini:

— Vedrai, Agnese, vedrai; disse Grazietta.

Arturo, Riccardo, Viola, Edmondo, Rosa, Eugenio e gli altri vennero sull’omero, sulla mano, sulla testa della signora Valentina, tirarono su il secchio, cantarono o stettero zitti; e la savia educatrice ottenne ogni cosa coll’adoperare la forza persuasiva del suo linguaggio pacato, chiaro e logico.

«Che nomi! disse Corrado.

— Li ho scelti io, rispose la signora; così avrei chiamato i miei figli se ne avessi avuto. Un bel nome non costa nulla; i figli dei poveri non dovrebbero mai chiamarsi Bartolomeo, nè Grisostomo, nè Pancrazio, nè Biagio.... Non ho ragione?

Ne aveva cento delle ragioni, aveva sempre ragione; e poteva mai aver torto una donna così ragionatrice come la signora Valentina?

Un’ora di ciancie passa presto. Agnese doveva andarsene, e non avendo Corrado alcun motivo di rimanere, le si offrì cavaliero, salutarono insieme, ed insieme uscirono. Una carrozza aspettava; Corrado l’offrì alla sua dama, entrarono, fecero un addio colla mano a Grazietta, che affacciava la bella testina da una siepe, e via di galoppo.

— Siete contenta? domandò Corrado con un accento straordinariamente giocondo.

— Contentissima, e voi?