«Vengo,» disse, e continuò a fare altri due giri, crollò il capo ed uscì.

A tavola fu di facile contentatura; la minestra era eccellente, il pollo cotto a puntino, i piselli primaticci squisiti, il valpolicella delizioso. Antonio, stando impalato dinanzi alla credenza per ricevere i piatti caldi dalla cucina e servirli al padrone, si affacciava ogni tanto allo sportello per ringraziare il cuoco con un sorriso o con una parola sommessa d’incoraggiamento. Quel desinare fu l’ideale dei desinari, incominciato e finito colla regolarità d’un orologio, senza un intoppo, senza un ritardo, senza una smorfia, e con appetito. Alle frutta Corrado divenne verboso; volle che Antonio bevesse con lui, e Antonio stette sul diniego una volta, due, poi accettò per obbedienza, non senza prima aver chiuso lo sportello perchè gli occhi curiosi del cuoco, fatto ardito dal suo trionfo caldo caldo, non fossero testimoni di una dimestichezza fatale alla disciplina. Davvero il valpolicella era delizioso, aveva sette anni a dir poco, era entrato nell’età del giudizio, e perciò doveva tanto più facilmente farlo perdere alla gente.

Strana cosa! il vecchio servitore fece questa osservazione senza chiederne il permesso, dopo aver vuotato il suo bicchiere d’un fiato, secondo stabiliva il rispetto.

— Bevi, vecchio mio, disse Corrado versandogli altro vino nel bicchiere, bevi....

— Oh!... oh!... grazie.... basta! basta!...

— Bevi, insistè il padrone, oggi non è un giorno come gli altri per me....

— Si vede....

— No, non si vede.

— Cioè non si vede veramente.... ma si capisce....

— Nemmeno....