«Grazietta è felice, tua sorella è felice, anch’io sono felice....
— Ed io.... esclamò Antonio, ma si corresse: ed io non conto.... ma se contassi, sarei più felice di tutti.
— Lasciami ora, mi chiamerai pel desinare, disse Corrado sorridendo al vecchio amico per temperare la durezza dell’ordine.... lasciami....
Antonio, rispettoso tutte quante le ventiquattr’ore, aveva i suoi minuti di tacita ribellione. Non se ne accorgeva lui, ma ce ne siamo accorti noi benissimo: tutta la sua obbedienza non gli impediva di fare sempre a modo suo.
Riuscì dunque a non muoversi, fingendo o credendo lui stesso di affrettare per andarsene. Chi sa? il padrone poteva fare qualche nuova domanda, come talvolta gli era accaduto.... Non ne fece alcuna; e bisognava pur passarla quella benedetta soglia, e chiuderlo quell’uscio benedetto.... Forse no.... di chiudere l’uscio veramente non aveva avuto ordine.... «Devo chiudere?» si arrischiò a domandare.
— Fa come vuoi....
La risposta dava diritto al vecchio di rimanere dubitoso; prima fece per andarsene senza chiudere l’uscio, ma tornò indietro, lo socchiuse, lo riaprì, e finalmente lo chiuse.
Corrado stette ad ascoltare i passi del vecchio, che si allontanava, poi si lasciò cadere sul divano, appoggiò la bocca ad un cuscino, e pianse.
XVI. Il signor conte di buon umore.
Quando Antonio venne a bussare all’uscio due colpi discreti, e ad avvertire che il desinare del signor conte era servito, da un buon quarto d’ora il signor conte andava su e giù per la camera inseguendo un’idea importuna che non gli riusciva d’afferrare.