— Mi sono fatto pallido? rispose Corrado.... è strano!
— No, non è strano; avete avuto paura che vi volessi mangiare.... ecco.
Poi apri l’uscio che metteva nel salotto ed entrò, aspirando il profumo delle viole e dei giacinti colle nari dilatate. Il conte le veniva dietro; ancora non si riaveva dallo stupore per l’accoglienza che gli veniva fatta; era venuto per porre un assedio da burla ad una fortezza smantellata, si aspettava resistenze fiacche, ripulse, moine, vezzi, civetterie tolte a prestito alla virtù per far più bello il piacere; trovava ben altro; non l’opposto, ma ben altro e peggio, l’incomprensibile.
Non sapeva come interpretare quei modi familiari, quel sorriso, quel bacio; ed ora si lusingava d’aver ispirato ad Agnese una passione, ora se ne atterriva, ora si accusava d’essere vanitoso e sciocco.
Agnese andava in giro per la sala, guardando i giacinti ad uno ad uno, dando ogni tanto un’occhiata fuggevole al conte, determinata evidentemente a non aprir bocca, se costui non le diceva qualche cosa.
«Come siete bella oggi!» sospirò Corrado.
— Che bella giornata oggi! rispose Agnese.
E non si volse nemmeno.
Poco dopo, venne a sedersi presso a Corrado e ripetè:
«Che bella giornata oggi!