Prese allora essa medesima un piumino, lo cacciò in una scatola di polvere bianca e toccò leggerissimamente le guancie, il mento, la fronte; poi agitando la testa vezzosa, accese mille riflessi d’oro, ed apparve un istante come circondata da un tremolìo di raggi, diafana, morbida al pari di una creatura sognata.
«Vi piacio così, signor conte?
E rise.
Il signor conte non ebbe parole per rispondere, e la Nina riafferrò i capelli stentando a tenerli tutti nel pugno, poi li spartì col pettine in due porzioni eguali, e disse: «tenga questi.» Fingendo di pigliar l’istruzione per sè, Corrado si affrettò a tenere: la Nina lo guardò sorridendo, Agnese disse grazie, e allora il signor conte si levò un guanto coi denti e cambiò di mano il suo tesoro per sentirne tutto il valore. Come erano morbidi quei capelli! Ecco che, invece di tenerli semplicemente, li accarezzava, lasciandoseli sfuggire un attimo e riafferrandoli tosto, finchè la Nina venne a riprenderli.
«Starò così, disse poco dopo Agnese, tirando le due treccie intorno al viso e annodandole sotto il mento, sto bene?
Si guardò nello specchio, esclamò che era un orrore, che pareva un mostro, sciolse il bel volto da quel laccio — si levò in piedi.
Ed era un vezzo ogni movenza.
Corrado guardava estatico, trovandola ora più bella di poc’anzi, oggi più bella di ieri, e sempre senza paragone più bella di Fanny, di Candida e di tutte le altre fanciulle del suo martirologio.
«Starò così, ripetè Agnese, rivolgendosi direttamente alla Nina; e significava: «non ho più bisogno di te, vattene.» La cameriera se ne andò. Subito, come se altro non aspettasse, la bella buttò le braccia al collo di Corrado, e gli scoccò un bacio abbandonandolo a sè stesso. Costui barcollò come un ebbro, e Agnese ridendo:
«Come vi siete fatto pallido! signor conte.