Curioso a dirsi: dissimile tanto, il sentimento che gli ispirava la fanciulla innocente non era che uno stimolo a quello che provava per Agnese.

Costei non gli lasciava più pace; gli faceva scontare con mille penitenze il peccato d’averla quasi dimenticata, e se per poco se lo vedeva sfuggire un istante, subito lo ghermiva con artigli da civetta. E rideva — rideva di lui, delle sue impazienze, della febbre che gli attizzava di continuo con una indifferenza da regina.

Del capriccio, che differiva al mese di maggio la felicità intera, Corrado aveva avuto il torto di far poco conto; lo credeva un ghiribizzo vano, uno di quei propositi da fortezze affamate, che non vedono l’ora di cedere; quando s’avvide che sotto la vernice del capriccio era la tenacità d’un puntiglio (e che altro poteva essere?), allora volle fuggire al laccio, tornò di nascosto al fianco di Grazietta, ascoltò la musica della cara vocina, contemplò estatico l’ovale del volto incontaminato, provò a stordire i sensi in quell’ebbrezza pura, che pochi dì prima era stata la sua unica gioia. Ma un turbamento era entrato nel suo cuore; ora si sentiva troppo timido e se ne arrabbiava, ora vergognava della soverchia audacia. Era con lei, ma un’immagine si metteva di mezzo a contraddire il desiderio, a suggerire all’immaginazione ardimenti lascivi di cui aveva paura. Allora si scostava con ribrezzo dalla poveretta, che lo guardava senza comprendere; fuggiva, correva a sfidare il sorriso della ammaliatrice, promettendosi di trionfare della malìa e della resistenza.

Ma essa resisteva, ed egli ritornava a mendicare nuove promesse.

Se quell’indugio era calcolato, Agnese faceva prova d’essere una calcolatrice profonda: impossibile oramai a Corrado distaccare il pensiero da questa promessa che lo gettava in uno spasimo dolce; la stessa felicità, posta vagamente nell’avvenire, non aveva tal fascino, e altre volte vi aveva già fermato il desiderio, ma un istante solo; collocata in un punto fisso del tempo, diveniva il primo anello d’una catena di ferro.

Ogni giorno che lo avvicinava ad Agnese pareva staccarlo da Grazietta; senza darsene ragione, sentiva che inconciliabili erano i due affetti contrarii, che un pensiero turbava l’altro; e inavvertitamente parevagli di poter ottenere qualche cosa della fanciulla innocente col possesso della cortigiana.

Era raro che, durante un colloquio con Grazietta, mentre parlava di fiori, di insetti, della bella campagna, e si struggeva da un desiderio casto di baciarle la fronte, nè più l’osava per non contaminarla, non si sorprendesse a contare i giorni di aprile che già erano trascorsi, a pensare che questo mese eterno aveva trenta giorni, ed a rallegrarsi che non ne avesse trent’uno.

Nello studio di tener desto il fuoco che ardeva nelle vene del conte, la cortigiana era infaticabile; conosceva mille arti, altre ne apprese.

Un giorno Corrado, all’ora convenuta, trovò la porta della sua camera aperta, e trovò lei dinanzi allo specchio, vestita a bruno, coi capelli cadenti giù per le spalle; ma invece di correrle al fianco, si sentì come inchiodare i piedi e legare le membra.

— Ho voluto somigliare a Grazietta, disse la bella guardandolo in viso.