Poi di nuovo disse:
«Il signor conte sa tutte le arti; ora mormora e si lamenta, e intanto stende le braccia sterminate per chiudere l’orizzonte alla fuggitiva, ecco.... dovunque si volga, Grazietta non vede più che il suo buio innamorato; tituba, si arresta — il pericolo si avvicina — vuol fuggire... è raggiunta....»
Un vivissimo lampo, poi uno scroscio formidabile — la nuvoletta bianca sparve nell’amplesso del nembo. L’uragano si scatenò improvviso, la pioggia cadde a torrenti; i lampi, che si succedevano senza intervallo, erano moine, erano sorrisi, erano sguardi irati, e la voce del tuono aveva inflessioni dolci, cadenze lamentevoli, accenti di minaccia e di carezza.
Corrado erasi drizzato quanto era lungo dinanzi alla finestra, si teneva impettito sporgendo la faccia per ricevere gli schiaffi dell’acquazzone; e quando più forte scrosciava la pioggia e ruggiva il tuono, gridava:
«Così amano i nembi.... così! così! Grazietta! Grazietta!»
Il vento soffiava ora impetuoso, accavallando nuvole a nuvole; il nembo ingrossava sempre; aveva raccolto da tutti i punti dell’orizzonte i cirri vaganti; l’immenso cielo era nero.
Ma d’un tratto, dove prima era apparsa la linea di tenebre, balenò, alla luce d’un lampo, una striscia d’azzurro; pochi istanti dopo i nuvoli erano passati sul capo di Corrado. Nell’ampio cielo tornò lo scintillìo delle stelle; da lontano giungeva il sordo brontolare del tuono.
Il signor conte, colla faccia bagnata di pioggia, aveva di nuovo appuntato i gomiti al davanzale, e guardava, e porgeva orecchio ad una dimanda quasi indistinta del nembo fuggente: «Vediamo, non ve la volete già sposar voi, Grazietta?
Vi rispose un coro di voci rauche e beffarde, con una di quelle risate lunghe e penetranti che si odono da lontano. Le udì Corrado le voci rauche e beffarde degli amici del Circolo.
«Il conte Germinati si fa sposo!