Corrado passò dinanzi alla casa di Agnese, levò il capo a guardare le finestre, andò oltre, e più oltre, e più oltre, finchè fu in contemplazione estatica dinanzi al visino di Grazietta, la quale le parlava dei progressi del suo Mario.

E quel giorno non fu punto audace; non carpì nè un bacio, nè una carezza — poi strinse la manina gentile, disse «buona notte signorina» e se ne andò con una certa solennità.

— Che avrà pensato Agnese? domandò a sè stesso per via.

Agnese aveva pensato:

«Non viene, oggi non verrà; accettare il mio amore significa rinunziare per sempre all’amore di mia sorella; lo sa anche lui — tanto meglio.... Verrà domani....»

Ma anche il domani non venne.

XXVI. In cui si vede che gli amici del Circolo sanno sempre tutto.

Quel giorno, andando a far visita alla fanciulla, Corrado trovò appostato sulla via, cogli occhi fissi nella casetta che biancheggiava in mezzo al verde dei gelsi e delle acacie, un giovine, un bel giovine, quasi più alto di lui, snello, ma robusto, dalla faccia schietta adombrata da poca barba e più da una lieve tinta di melanconia.

Fingendo di non vedere, il signor conte aveva visto tutto ciò ed indovinato il suo rivale. Egli tirò diritto senza impaccio; l’altro finse di guardare di qua e di là, ma non si mosse. Nell’atto di sparir dietro la siepe, Corrado volse il capo e vide che il giovine ignoto aveva chinato la testa sul petto e non si moveva.

Un quarto d’ora dopo il conte diceva a Grazietta, pigliandole le manine bianche perchè non gli sfuggisse: