— Sì, disse, Grazietta ti ama! — Ebbene.... sarà un’onta di più nella mia vita, ma non importa — sposala! Credevo che l’amore d’una cortigiana potesse essere un inciampo — vedo bene che non lo è mai; sposala, e falla felice — io partirò, andrò lontano perchè non giunga fino a voi l’ombra della mia vergogna. — Nessuno saprà mai che la contessa Germinati ha una sorella come me.
Il conte teneva il capo chino a terra, e a queste ultime parole disse, come parlando fra sè: «Lo sa Filiberto, lo sanno gli amici del circolo, tutti lo sanno!»
E tacque.
Agnese si era lasciata cadere sopra una seggiola, teneva gli occhi fissi a terra. Lungo silenzio.
— Parto, disse Corrado.
Uscì. Agnese non si mosse, non sollevò lo sguardo — pareva la statua della sciagura.
XXVIII. Ritorno.
Corrado partì. Scrisse prima a Grazietta: una menzogna per legittimare la sua assenza, un augurio, un addio — poche parole in tutto. Mandò alla mamma Valentina alcuni biglietti da mille franchi, perchè servissero di dote alla fanciulla, raccomandò che le nozze si compissero presto, presto, presto, che gli sposi abitassero la casicciuola in via Lesmi.... E partì.
Andò, senza saper dove, prima a Torino, poi nella Svizzera, poi in Germania, da ultimo a Venezia — passarono così venti giorni. Nell’atto di tornare a Milano, pensò che venti giorni erano pochi, che tutto non era forse finito, che bisognava viaggiare e divertirsi ancora.
Tornò a Trieste, a Vienna, poi di nuovo in Isvizzera, e poi di nuovo a Torino, fermandosi negli stessi alberghi, andando a vedere le stesse meraviglie.... Passò un altro mese — e allora disse a sè stesso che era tempo di tornare a Milano, e non l’ebbe detto, che già il convoglio ve lo portava.