— Non importa, rispose Grazietta sorridendo.

— Pensi qualcos’altro....

— Sì, pensa qualcos’altro.

— Ci penso.... non trovo.... ah! mi pare che vorrei di quel pane nero da contadini.... ma che fosse duro e dovessi rammollirlo nel latte appena munto.... e poi correre, correre....

L’ansia le tolse la parola, poi disse:

— No, non è nemmeno questo — non trovo nulla.... non voglio nulla.

Alcune ore dopo, il sole lasciò la finestra di Grazietta; si potè riaprire le imposte, lasciar entrare il canto degli uccelli e l’aria ed il sentore dell’ampia campagna. Era una festa inesauribile per la fanciulla, la quale, cogli occhi vaganti, guardava tutto, volendo abbracciare un’ultima volta la terra ed il cielo che le avevano sempre sorriso.

Quella giornata trascorsa dinanzi ad una finestra aperta sulla campagna immensa riceveva vita da cento piccoli episodii; la nuvola bianca, che passava nel cielo, svolgendosi come un velo da sposa, la quaglia, che ripeteva le sue tre note nei solchi, la falce d’un contadino che balenava al sole lontanamente, ogni cosa aggiungeva una strofa al canto soave della natura che la morente leggeva con occhi innamorati.

Una volta una specie di palluzza cadde dall’alto della finestra e si arrestò di botto nel vano, appesa ad un filo. Grazietta, che l’aveva creduta una gocciolina nera, riconobbe uno degli animali a cui non voleva bene — un ragno.

Non ne ebbe però ribrezzo, lo guardò a lungo, curiosamente, lo vide attorcigliare il suo filo, risalire e ridiscendere rapidamente come un acrobata, e quando fu scomparso nella sua buca, lo aspettò sperando che discendesse ancora — finalmente disse: «poveretto! nessuno gli vuol bene!»