— Chi ti assicura, riprese Corrado con riluttanza, chi ti assicura che sia mio figlio?

Ad una ad una, lente, inesorabili, caddero le parole spietate sopra la povera donna, la quale barcollò e venne meno sopra una seggiola. Un istante il conte, cedendo ad un improvviso orrore di sè medesimo, volle buttarsele alle ginocchia, ma corresse subito quell’impeto generoso, rimase immobile a contemplarla.

Provò la tapina a rizzarsi in piedi, e ricadde sulla seggiola; provò ancora, radunando tutte le sue forze, e quando si sentì salda:

«Una volta non ero così debole, disse; è per causa di lui.... Addio Corrado....

Costui non fece un passo per trattenerla, e la disgraziata attraversò la sala barcollando; sulla soglia si fermò, si volse, tenne a lungo gli occhi stanchi sopra il suo amante, che chinava la testa come un colpevole.

«Mi fai pietà! disse con voce sorda — e sparve.

Il conte ascoltò i passi che si allontanavano, e quando più nulla si udì, venne alla finestra per vederla ancora.

La vide — vestita a bruno, pallida, patita e bionda.... come Grazietta!

XXXIV. Qui Aniceto fa un altro bisticcio.

Corrado stette lungamente nelle sue camere, solo, vagante come uno spettro; e quando Antonio venne ad avvertire con voce sospirosa che il desinare era pronto, prese il cappello ed uscì. Andò prima al Circolo, sebbene non fosse l’ora, poi al caffè, dove solevano radunarsi gli amici; chiese dei cibi che assaggiò appena — e di nuovo stette come trasognato.