— Lo diceva Aniceto che quell’innocentina era capace di fartela.... e che....

— Taci.... interruppe Corrado.

— E che....

— Taci, ti dico.... è morta!

Filiberto e Domenico si guardarono in viso e non aggiunsero parola. L’allegria falsa si spense.

— Vado da Aniceto, disse all’ultimo il conte — ed uscì solo.

A Filiberto e Domenico non venne nemmeno in capo di cercare d’accompagnarlo.

Un amaro riso si era posto sulle labbra di Corrado, e non se ne staccava un istante; beffardo e cinico, egli aveva l’aria d’assistere alla parodia d’un dramma, che si rappresentasse nel suo cuore.

Affatto uscita di mente eragli Agnese; solo passando in via Solferino, egli alzò il capo e disse dentro di sè: «Bisognerà ricordarmi di lei — farò un nodo al fazzoletto.»

Aniceto, rivedendo il «suo caro, il suo migliore amico,» ebbe uno slancio di tenerezza, e volle balzargli nelle braccia; ma la gotta lo tirò per un piede e lo costrinse a ricadere sul seggiolone. Allora disse: