— Non l’ho ancora domata, ma la domeremo; non è la prima volta — ti ricordi, quando stavo in questa stessa casa, che ebbi male a un piede, e lo credevo un reuma?... era invece la gotta.... Non è vero, Martina, che era la gotta?... non me l’avevano detto per non farmi paura....
Martina, un gran pezzo di donna sui trentacinque, ferrea, angolosa, si accontentò di crollare il capo senza dir parola e senza muoversi.
— Sono venuto qui, soggiunse Aniceto, perchè Martina mi ha curato la prima volta a meraviglia — la gotta e lei si conoscono.
Guardandola di nuovo, per poco non parve al conte che la gotta e Martina fossero tutt’uno, e non sapeva quale delle due fosse capace di inchiodar meglio Aniceto. Ma quest’idea, balenata come tante altre nella mente di Corrado, non si fermò.
Aniceto proseguiva, facendo colla lingua tutto il movimento che non poteva fare col restante del corpo.
— Non mi dici nulla; mi hai l’aria buia; smettila; non mi compassionare; non sono ancora seppellito; vedrai che guarirò; e poi anche tu hai studiato, lo sai il detto memorando: «gutta cavat lapidem — la gotta cava la lapide» — e se la cava, è segno che non la mette — è chiara mi pare.
— Bravo!
Parve a Corrado che Martina continuasse a farsi sempre più immobile, solenne, nera e ferrea.
— La signora è la tua padrona di casa?...
— No.... precisamente.... la padrona di casa è una vecchia decrepita.... Martina è la.... capisci....