— Già, disse Corrado forte, la fantesca.

Aniceto sorrise e guardò alla sfuggita verso il donnone che era rimasto impassibile.

Nel ripassare un’altra volta sotto le finestre di Agnese, il conte rialzò il capo senza cancellare il sorriso amaro, e disse:

«A quest’ora aspetta.... aspetterà tutt’oggi, domani scriverà una lettera commovente; la commedia non è finita. Vedrai, Corrado:»

XXXV. Seconda lettera di Agnese al signor conte.

«Ti ho aspettato — ora ho risoluto e parto: andrò lontano....

(Il signor conte lasciò cadere la lettera, e disse con beffardo accento: «Non si muoverà da Milano.» Fece alcuni passi per la camera, ed arrestandosi dinanzi alla lettera e guardatala un istante, la raccolse e lesse:)

«Ti ho aspettato — ora ho risoluto e parto: andrò lontano. Dove? il luogo non importa — camminerò fino a stancare ogni compagno del mio passato, fino a giungere sola in qualche luogo remoto, in cui la cortigiana possa essere madre senza arrossire.

«Ho pensato molto al tuo destino, al mio, a quello di tuo figlio. Hai ragione: non ho diritto ad essere creduta. E poi, anche volendo, non potresti mai ingannare te medesimo interamente; un velenoso dubbio ti morderebbe il cuore ad ogni istante. Meglio dunque il tuo egoismo della tua pietà.

«Ti lascio senza rancore, perchè ti ho letto nel pensiero, perchè ti guardo nell’anima buona — e poi il cielo mi ha dato un gran conforto, la certezza di poter ridonare un giorno il padre alla mia creatura. Vivi dunque felice ed aspetta; non è lontana l’ora in cui il tuo cuore si aprirà all’immensa gioia che rende indulgente il mio. Tu non hai perduto tuo figlio — sono io, sua madre, che te lo prometto innanzi al cielo — aspettalo.