«Ho nominato due volte il cielo; non ridere di me, povero Corrado; Grazietta ci ha lasciati e penso che verrà un giorno in cui lascieremo nostro figlio — ecco perchè cerco un mondo che non assomigli a questo, dove la bellezza non sia tanto vicina alla vergogna, e la virtù tanto cara alla morte. Di me non ti curare; sono rassegnata nel dolore, tranquilla nell’abbandono; porto meco tutto il mio avvenire, la miglior parte di me, quella che rimarrà in terra quando io avrò raggiunto Grazietta.
«Ho venduto le mie vesti ed i miei gioielli; potrò vivere onesta alcuni mesi — basta.
«Ieri ho fatto un furto nel tuo salotto — ti ho preso un ritratto, che ti fa più brutto, ma che mi guarda coi tuoi occhi buoni di una volta.
«Se tornerai sulla tomba di Grazietta, dille che la sua disgraziata sorella.... No, non le dir nulla — essa non è più là sotto; ve l’avevo lasciata un istante; ora sa tutto e mi vien dietro, mi consola, mi fa guardare in alto. Vivi felice: è tuo figlio che te ne scongiura.
«Agnese.»
XXXVI. Vita nuova.
«Non partirà! ripetè Corrado, e soggiunse poco dopo: «facciamo le cose bene; sono ricco quasi quanto Aniceto io.... essa è bene informata.»
Trasse da uno scrigno un mucchio di biglietti, li cacciò senza contarli in una busta, e scrittovi sopra il nome di Agnese, la Via Solferino, il numero 9, chiamò Antonio.
Costui venne: aveva gli occhi gonfi e stentava a tenersi ritto come comandava la disciplina domestica — ma il signor conte non badò a nulla.
— Andrai dalla signora Agnese, in Via Solferino, n. 9; ti diranno che sta facendo le valigie, ma che non è partita ancora....