E volte le spalle alla buona donna, scese giù pel rapido sentiero. Solo quando fu a pie’ del colle, girò l’occhio intorno a sè. Che vago spettacolo! Qui lo sguardo, non imprigionato in una cornice di monti, da due lati almeno seguiva per lungo tratto il corso della Varaita ingrossata dal primo squagliamento delle nevi, che scintillavano al sole del tramonto come caschi d’argento sulle teste severe dei monti. Sopra tutti si ergeva, nascondendo il capo fra le nubi, il Monviso. Nella valle si svegliavano mille accenti sommessi, sui quali dominava lo scrosciare continuo del torrente rigonfio. Incominciava il crepuscolo, che fra i monti è breve — il conte si rimise in cammino ed affrettò il passo.
Giunse al mulino; passato il ponticello di legno, si fermò.... gli era parso d’udire un grido — dove?
Si fece innanzi — un uomo infarinato gli venne incontro ridendo.
— La Narcisa?
L’altro continuava a ridere.
— La Narcisa? ripetè il conte.
— La Narcisa sono io! disse una voce fresca; e allo stesso tempo apparve sulla soglia dello stanzone della macina una contadina giovine e bella, con un bambino addormentato nelle braccia.
— Non badi a Gianni — disse — è un povero.... innocente.... non è del paese.... ma di Brossasco.... sono quasi tutti così lassù.... la Narcisa sono io.... e che vuole da me?... soggiunse con un impaccio bizzarro.
Corrado, senza staccar gli occhi dal bambino, domandò:
«È vostro?»