La disgraziata madre, fattasi sul ciglio della strada, si era precipitata nell’abisso mugghiante.

Corrado corse come pazzo sulla sponda della via, scandagliando cogli occhi l’oscurità; quando gli parve di vedere un corpo più nero nell’ombra nera delle acque, si lasciò rotolare dalla rapida china.

L’impeto del torrente era irresistibile, ma la disperazione centuplicava le forze allo sciagurato; riuscì egli a giungere presso al corpo che le onde trasportavano come in un letto; afferrò coi denti le treccie, che si sciolsero, e con uno sforzo supremo toccò la sponda. Quivi slacciò le vesti madide della poveretta, le toccò la fronte, e ritrasse la mano intrisa. Stette a lungo immoto, trattenendo il respiro, aguzzando lo sguardo per cogliere nel buio una contrazione, un alito, un indizio della vita.

Poi si affacciò dai monti la luna a contemplare il pietoso spettacolo; e all’improvvisa luce, Corrado vide il bel volto insanguinato.

Coi brividi del freddo e del terrore, trasse la pezzuola bagnata, la inzuppò nell’acqua e lavò con essa la bellissima fronte e le guancie e le labbra, fra cui si era fermato un filo di sangue. Agnese si scosse e con voce che non era più della terra:

«Grazie, mormorò — tuo figlio!»

Non altro.

Ed apparve un ultimo sorriso su quelle labbra purificate dal bacio della morte.

XXXIX. Capelli biondi.

Corrado viaggia; valica fiumi e monti, fugge inseguito da rimorsi senza nome — poi ad uno ad uno i fantasmi neri si stancano e lo abbandonano per via, finchè solo le immagini della sciagura rimangono a contemplarlo con occhio di pietà, mentre egli attraversa pensoso le ultime borgate che lo separano da V***.