— Povero Corrado! dice per le scale; aveva indovinato che tu mi facevi la corte e che io me la lasciavo fare... però ci siamo separati da buoni amici... Era un pezzo che gli volevo bene... due mesi credo, no, cinque settimane, anzi più... dal giorno del... non mi ricordo.
— E a me fino a qual giorno vorrai bene?
— A te?... sempre!
IV. Un mazzolino di viole nel buio.
Corrado fissò nelle vetrate nere gli occhi spalancati, e mentre una parte di lui accompagnava i passi di Fanny, e stava ad ascoltare se mai dalla via deserta gli giungesse ancora una voce dell’allegra brigata, l’altra parte di sè stava muta, fredda, indifferente, come immemore od inconscia della vita.
Una carrozza rotolò nella neve, proprio sotto alle finestre, si tenne pochi istanti ferma, e di nuovo si mosse; il sordo rumore s’allontanò, si spense... succedette il silenzio profondo — e Corrado continuava a seguire con sguardi intenti i fiocchi di neve che, passando dietro le vetrate, alla viva luce della camera si tingevano un istante di riflessi rossigni e sprofondavano nel buio.
La porta, da cui poc’anzi era uscita la comitiva ciarliera, girò sui cardini senza rumore; apparve una testa canuta, in cima ad un corpicciolo mingherlino. Corrado non si mosse, non profferì parola, non staccò gli occhi dai vetri. Allora la testa canuta parve barcollare sulla sua base, il corpicciolo sembrò volersi fare più piccino per non recar disturbo, e la porta, che non era chiusa intieramente, si riaprì.
«Antonio... disse Corrado, senza voltarsi.
— Scusi....
— Spegni i lumi.