Corrado pagò la mancia e via di corsa fino alla cantonata. Colà si fermò.

Era sbigottito, come se gli fosse toccata una sciagura. Gli passavano innanzi alla mente mille mozziconi d’idee.

«Via Solferino, N. 9. Ci devo andare? Agnese! dunque non è lei. — È bionda, è bella, le è morta la madre in quel giorno; è lei! — Grazietta era una menzogna, oppure Agnese è un nome di guerra — Peccato!»

Dietro a questo accento di rammarico, veniva una visione: Grazietta in abiti succinti, coi capelli biondi e sciolti, da cui la faccia pallida e gentile si stacca come un visino di Madonna dal fondo dorato di un tritico; la luce d’una lampada, che la copre d’uno scintillio di fuoco e l’albore scialbo d’un mattino d’inverno che si affaccia dai vetri.

«Ah! gli gridava una voce; troppo hai tardato! Che poteva far essa, abbandonata, sola in un mondo in cui mille lacci insidiano i diciotto anni d’una bella fanciulla? ah! troppo hai tardato!

Poi ripigliava amaramente:

«Via Solferino, N. 9. Ci vai, la vedi, ti lasci amare, la fai tua. Tanto meglio. Il suo mazzolino di viole non è una memoria, un saluto, un augurio gentile — è un invito; tanto meglio.

Agitò la testa per allontanare un pensiero importuno, si mosse a gran passi coll’audacia della spensieratezza, giunse alla casa indicata, entrò.

— La signora Agnese?

— Al secondo piano, a dritta; la porta in faccia.