E Corrado uscì ancora a ridere, da quell’allegro fanciullone che era sempre stato.

Antonio non aveva esagerato nulla; la signora Valentina, cucitrice, viveva come in due scatolini da zolfanelli, chiamati camere per una di quelle iperboli audaci che i padroni di casa spacciano agl’inquilini sbigottiti. Il primo scatolino faceva uffizio di salotto, di camera da pranzo e di cucina; conteneva una tavola a tre piedi, quattro sedie, l’embrione d’un divano, e dietro un paravento, un fornelluzzo; nella strombatura d’una finestra era una gabbia troppo piccola pel numero sterminato di uccelli che la popolavano; sopra gli sporti dei due usci si tenevano quasi sempre immobili due copie di tortore, e nelle ore di ricevimento, riparato fra le gambe di questa o quella sedia, un gatto pensoso della sorte minacciata alla sua coda. L’altro scatolino conteneva un letto derivato in linea retta da quello di Procuste, un canterano, una poltroncina imbottita, due quadri, uno specchio ed una macchina da cucire.

Peccato che l’abitatrice dei due scatolini non avesse quella natura fosforica che avrebbe fatto tanto onore alla similitudine del suo signor fratello! Era invece una donnetta tonda, grassoccia, vispa negli occhi, ma nelle parole, nei modi placida, solenne. Veniva giù dalla cinquantina, proprio, come aveva detto Antonio, senza fretta; non rotolava a precipizio, non faceva gli scalini a quattro a quattro, e non si arrabbiava nemmeno, come certune, puntellandosi alla balaustrata per non staccarsi dal pianerottolo; scendeva un passo dietro l’altro, colla faccia liscia e lucida, rallegrata dal sorriso bonario.

Antonio avrebbe voluto che lo stupore della sorella per la visita del signor conte fosse all’altezza dell’avvenimento straordinario; ma sapendo che Valentina era capacissima di non stupirsi menomamente, s’era fatto ordinare dal padrone di andare innanzi ad avvertirla, «perchè non perdesse la testa,» diceva lui.

Giunto innanzi all’uscio, nell’atto di afferrar la maniglia, si fermò udendo la nota voce della sorella. Con chi parlava essa? Pareva facesse un discorsetto, e lo rompesse ogni tanto con interiezioni e con interrogazioni che non avevano risposta; il tono d’amorevole rimbrotto, le inflessioni della voce, davano a credere che parlasse ad un fanciullo imbronciato, il quale si puntigliasse a non rispondere.

Diceva:

«Ha lasciato la zuppa per rubare la carne: peccato doppio: ghiottoneria e ladroneccio; non mi fiderò più di lei, signorino. Ha capito? Non finga di non badare, li apra un po’ bene quegli occhi furbi, mi guardi in faccia se osa.... Ah! non osa, si vergogna.... tanto meglio....

Antonio era lì lì per indovinare qual fosse l’interlocutore mutolo della sorella, quando udì su per le scale il passo del padrone; allora spinse l’uscio e penetrò come una bomba nel primo scatolino.

La signora Valentina levò gli occhi senza scomporsi, e un gatto nero, che le stava sulle ginocchia, approfittò di quella distrazione per balzare a terra e porsi al sicuro tra le gambe d’una seggiola.

«Qual buon vento? domandò Valentina sorridendo al fratello.»