—Te ne vai? Mi dispiace tanto, ma io non posso far nulla; non è una settimana che ho dovuto pagare un debito di quattrocento lire che mio figlio, quello scapestrato di mio figlio Gerolamo, mi ha fatto a Pavia. Io non avrei pagato, te lo giuro, perchè un mese prima l'altro mio figlio, Giuseppe, quello che mi minaccia da dieci anni di non pigliar la laurea di ingegnere, mi aveva salassato di cinquecento lire; ma Gerolamo, che studia la legge da sette anni, mi assicurò che bisognava pagare, perchè egli aveva imitato la mia firma in una cambiale protestata. Vedi dunque se un cristiano battezzato può aiutare un cugino quando ha la disgrazia di due figliuoli come i miei. Ti dico io, è impossibile, e quando te lo dico puoi credere…. Ma se ti fermi un momentino posso farti assaggiare un dito di barolo vecchio come il peccato mortale.

—Davvero?

—Sì, proprio.

L'idea di bere il vino del parente che gli negava mille lire in prestito, sorrise in un cantuccio del cervello a Giusto; bevve allegramente, riconobbe che il barolo vecchio come il peccato mortale era saporito come il peccato veniale, e se ne andò con molta disinvoltura, ringraziando lo stesso.

Non sembrando vero al macellaio d'essersi sbarazzato con così poco, volle almeno dare un buon consiglio al suo giovine parente.

—Va a trovare tuo cugino, l'usciere, gli gridò dal pianerottolo, egli forse accomoderà il fatto tuo.

—Grazie, rispose il faro della pittura lombarda, dall'ultima scala.

Uscendo al sole era spento più d'un fanale.

Cristina gli rientrò subito nel cervello, cacciando ogni altra melanconia.

E allora chi pagherà l'agente delle imposte? Se è destino che qualcuno paghi, qualcuno pagherà; ma mi pare che non sia destino, signor agente.