Gli trottavano per il capo due forme di lettere all'agente delle imposte. In una era il commiato semplice e garbato, in un'altra più tentatrice la garbatezza era ironia, la semplicità si perdeva assolutamente di vista.
Prima di tornare a casa non aveva ancora fatto la scelta, e quando si fu messo davanti al cavalletto a carezzare col pennello la sua Cristina, l'agente delle imposte potè credersi dimenticato.
E veramente Giusto se ne dimenticò tutto un mese per amor di Cristina, fin che l'agente delle imposte gli rinfrescò la memoria per mezzo dell'esattore. Il termine dei reclami essendo scaduto, l'agente se n'era lavato le mani, incaricando il suo sozio di riscuotere lire 811 entro otto giorni dal giorno tale, minacciando la multa per ogni giorno di ritardo, e se fosse proprio necessario, il pignoramento dei mobili.
Allora a un altro fuor che a Giusto non rimaneva se non pagare; invece il faro della pittura lombarda aveva ancora lo scampo di imballare alla chetichella i pochi mobili, oppure vendere tutto il vendibile, e piantare in asso esattore ed agente con due palmi di naso.
Ma sì, ora l'idea di andarsene non gli sorrideva più come la prima volta, perchè Cristina gli era entrata troppo nel cuore, e la tela incominciata, ancor che l'avesse portata seco, non lo poteva compensare di tutto quanto perdeva. E avrebbe perduto tutta quanta la felicità, che non era poi gran cosa; giacchè non avendo potuto trovare verun pretesto giusto di tornare in casa dell'usciere, egli non aveva potuto avvicinare la sua innamorata. Pure l'aveva vista di buon'ora alla finestra di strada, rischiando il torcicollo ogni mattina per guardare al quarto piano; più tardi, all'ora del desinare, e più tardi ancora, prima di notte, si era fatto una festa di andare nella strada del suo paradiso, a indovinare da lontano il visino dell'angelo suo, quando non gli capitava la disgrazia di trovare la finestra chiusa; ma allora era segno che l'angelo era uscito con la fantesca, e aspettando di piè fermo sulla cantonata, mettendo gli occhi inquieti un po' per tutto, era quasi sicuro di incontrarla sulla via e di dirle alla muta tutto l'amor suo sconfinato.
Quando fosse andato a Lugano o altrove, chi gli renderebbe questa felicità perduta?
Giusto vide bene che non gliela renderebbe nessuno, nemmeno l'eterno padre a cui non credeva molto, ma che pure invocava qualche volta per abitudine.—Dio grande, gli diceva a voce alta, se è vero che tu puoi tutto, fa una bella cosa per me: dammi l'angelo mio, io me lo sposo, e ce ne andremo insieme a Lugano; l'esattore non esigerà da me nemmeno un centesimo, noi saremo felici e diremo il Padre Nostro sera e mattina.—
Ma l'invocazione peccava da un lato. Se egli potesse sposarsi subito a
Cristina, l'usciere, divenuto suocero, lo pregherebbe di fermarsi in
Milano, salvando in qualche modo i suoi cenacoli dalle unghie ladre
dell'agente delle imposte.
E come sposare Cristina prima che avesse l'età maggiore?
Cominciò allora a germinare nel cervello del grande artista un'idea audace; trovarsi con Cristina una domenica all'uscita dalla chiesa chiesa di Sant'Alessandro, spingersi innanzi la fantesca in qualunque modo, con una mancia, con un'astuzia, con un calcio, se fosse proprio indispensabile; e invitar Cristina a venirsene con lui… in cima a un monte inaccessibile per altri, in Australia, al Polo, nel deserto di Sahara, e intanto a Lugano.