Perchè il grand'artista era anche un uomo semplice, capacissimo, quanto qual si sia bandito, di rapire la sua innamorata, ma alla luce del sole, tenendo in rispetto il suocero e gli altri avversari, se ce ne fossero, con un trombone calabrese spianato, ma mettere la mano sulla propria felicità con un'astuzia, anzi con un inganno, gli repugnava.

E fu tentato di dire al notaio Cipolla, il quale finiva in silenzio l'atto solenne, che avendo voluto fare una celia ai suoi cari parenti, era già pentito. Guardò sott'occhio l'oste e i testimoni, e gli parvero quattro brave persone contente in modo straordinario di assaggiare la dignità di testi idonei; ebbe pietà di loro; temette la collera muta del notaio corbellato, e compì la corbellatura firmando la carta bollata, e ringraziando tutti quanti di averlo aiutato in quella impresa. Ancora non rideva.

Rise, appena notaio e testimoni furono fuori dell'uscio, rise senza far rumore, e lungamente rise, poi si lasciò venire in mente tutto il buono che dalla corbellatura poteva nascere, e il buono non gli pareva dover essere gran cosa; ma la soddisfazione di tener inquieti i suoi legatari, e un giorno crescere la loro inquietudine con un altro testamento, segreto davvero (che il segreto sarebbe affidato prima alla ceralacca che al notaio Cipolla) ciò rendeva propriamente felice quell'anima ingenua d'artista.

E non ebbe più scrupolo della menzogna in carta bollata per carpire la propria innamorata. Decise subito di essere guarito senza aspettare la licenza del medico, si levò a sedere sul letto e stette un po' come a tastarsi tutto mentalmente; e si sentì sano più d'un pesce, cioè vispo al par d'un bambinone risanato appena. Si levò di letto in un batter d'occhio, e corse ad empire di meraviglia i suoi complici testamentarii, i quali avevano sempre inteso dire che fare il proprio testamento allunga la vita, ma non sapevano ancora, e toccavano con mano, che acceleri la guarigione di un caso difficile.

Ed era dunque stato un caso difficile il suo?

Altro! Un tifo famoso, fino alla terza settima; invece di andare all'altro mondo, come sembrava disposto a fare, Giusto aveva cominciato a guarire: in venti giorni eccolo lì… in piedi, arzillo… dimagrato, ma appena appena.

Giusto era in quello stato di beatitudine degli scampati a morte; gli sembrava d'essere un po' eroe, cioè d'avere sfidato il malanno e a vincerlo avessero contribuito una fibra resistente e una volontà delle più straordinarie.

Volle uscire per farsi radere e il cameriere lo accompagnò in bottega del più vicino barbiere, al quale affidò l'ospite prezioso.

—Devo venire ad accompagnarlo fra mezz'ora?

No; Giusto saprebbe fare da sè; prima di tornare a Milano non mancherebbe di stringere la mano agli amici della Corona, ringraziare il notaio e il dottore; più tardi farebbe il proprio dovere di pagare il conto e dare la mancia al cameriere… ora no, perchè era capitato a Barzanò con poco denaro…