E senza attendere risposta si staccò dalla poltroncina per attraversare la stanza. Ahi! povera creaturina bella! Quell'angiolo zoppicava.

Andò sbilenca fino a una libreria per riporre il libro, ne prese un altro, e sempre sorridente, tornò al suo seggiolone accanto alla finestra.

Ma spuntarono sugli occhi meravigliosi le lagrime trattenute fino allora, e le manine bianche non furono pronte a celarle.

Ora Giusto era turbato veramente.

Non sapendo che consolazioni di parole potesse dare a quella dolente, avvicinò la sua seggiola alla poltroncina, e senza parlare, con la amorevolezza di un fratello le accarezzò le mani bianche, fra le quali sfuggiva il pianto silenzioso.

E parve a lui che se fosse venuto a chiedere la mano di quella storpia bellissima, ora sarebbe stato il magnifico momento di buttarsi ai suoi piedi per adorarla in ginocchio, e scongiurarla di darsi a lui per tutta la vita.

Ma egli era venuto solamente per conto del figlio del macellaio, e Cristina sua, perfino dinanzi a quell'amore di fanciulla, era rimasta nell'istesso altare, anche lei bellissima, adorata essa sola.

E Giusto avendo pensato così, così volle dire.

—Perchè si affligge tanto? Che cosa le fa tanta pena? Me lo dica.

E siccome Nina non voleva dir nulla, ma cominciava ad asciugare le lagrime vergognando d'essere stata debole, l'artista proseguì abbassando la voce per renderla più insinuante e dare alle proprie parole la dolcezza dell'intimità.