Ma Nina disse tutto candidamente e oscuramente.
—Sono contenta, sa, proprio contenta; perchè se lei non volesse bene a Cristina, io potrei essere tanto infelice.
Giusto Giusti interrogò lealmente sè stesso, Cristina sua e le convenienze sociali, prima di mormorare queste parole:
«Se avessi la disgrazia di non amare Cristina mia, ora sarei già innamorato di…»
Volle dire: di lei; finì invece così: di un'altra.
Ma era tutt'uno. Nina intese subito. Il visino bianco si tinse di contentezza; porse al pittore una manina che gli entrò tutta nel pugno, e rispose grazie. Non altro. Poi parlarono lungamente di Cristina, delle nozze lontane, finchè a un lieve rumore Giusto conchiuse rizzandosi in piedi:
—Dunque le accompagnerò mio cugino domani. Lo veda almeno. È tanto bellino.
Nina non si oppose, e il pittore se n'andò tanto presto da cogliere la notaia sull'uscio. Forse origliava al buco della serratura, o forse in quel buco infilava un'occhiata curiosa, o forse alternava l'una cosa e l'altra.
—Non mi potevo staccare da mia figlia, confessò la mamma; e come è andata? Bene, mi pare. Ma non ho ancora inteso se il pretendente è lui, o se è un altro.
—È un altro; si chiama Gerolamo, ha tredici anni buoni meno di me e molto più danaro. Lo vedrà domani.