—Ma la celia ben fatta piace anche a me, e deve essere premiata.
Cristina è tua, se ancora la vuoi.

—La voglio; anzi ti dirò che se non me la davi, me la pigliavo lo stesso; però rinunzio alla dote, e pretendo che ti persuada, ma ti persuada proprio, che i maligni… tu non mi vuoi dire chi sono? no? meglio; voglio farti persuaso che ho testato per burlarmi di tutti voi, e che ora sono pentito e oggi stesso pregherò il notaio Cipolla di darmi il testamento per stracciarlo alla presenza dei legatarii. Volete?

No. L'usciere non voleva questo. Gli altri cugini erano padroni di pensare a loro modo: quanto a lui, non voleva proprio nulla. Ma se piacesse a Giusto recarsi con lui dal notaio Cipolla, senza dargli l'afflizione di lacerare nessuna carta bollata, gli si potrebbe far stendere il contratto dotale…

—Io non voglio la tua dote; sposerò tua figlia, affermò Giusto, perchè è il mio destino, non ho bisogno del tuo danaro.

L'ufficiale giudiziario era entrato così bene nella celia del pittore che a ogni sua opposizione rideva fino alle lagrime.

Si fece serio un momentino per interrogare.

—Ma dunque tu hai molto danaro?… No? E se non hai danaro, come conti di mantenere tua moglie, rinunziando alla dote?

—Col mio pennello, affermò malinconicamente il pittore; fin che
Cristo cenerà con gli apostoli, il nostro pranzo è quasi sicuro.

Senza nemmeno intendere bene il senso della risposta, l'usciere ripigliò a ridere.

* * *