Cambiò discorso per non dirmela, ma più tardi la seppi da mia moglie, che l'aveva saputa dalla signora Chiarina: la polizia era sulle tracce del signor Salvioni.... morto; lo aveva accompagnato fino al momento, in cui da Napoli partiva per il Cairo, dove allora infieriva il colera....
Qui anch'io, come l'amico Nebuli, avrei messo una reticenza lunga; ma mia moglie, niente scrupolosa, soggiungeva: — Per poco che il colera sappia il fatto suo, il primo che si è portato via è il vostro Salvioni!
— E che conti di fare, ora che sei.... che non sei più.... che sei.... così? — diss'io a Valente.
— Ho già fatto! — mi rispose, — ho già fatto dieci castelli in aria; prima di tutto vado in Cassazione, per guadagnare tempo; poi in campagna a vivere di pace e di lavoro. Farò scendere dalle nuvole tutti i quadri, a cui ho dato una cornice di stelle, imbratterò parecchi chilometri di tela, ed in pochi anni mi sarò rifatto ricco colle mie mani!
— E ti senti capace di tutto questo?
— Di che non mi sento capace, ora che l'avvenire ricomincia ad esser mio? Con quei procuratori ai fianchi, con quegli uscieri alle calcagna, mi pareva d'averla ipotecata la mia porzione di futuro. Ora sono povero, ma sono libero, e se mi rimane Chiarina!... —
Così parlò quello sventato, quel sonnambulo, quel delirante; io lo guardavo a bocca aperta, felice in fondo che egli pigliasse la cosa a quel modo, ma disgustato di vedere una testa piena di ingegno, così vuota di criterio. Il torto lo diedi alla Natura, la quale incomincia gli uomini bene, ma non li sa mai finire; al disgraziato Valente diedi invece centomila ragioni, non gli potendo dare qualche cosa che valesse meglio.
Qualcuno mi chiede se non mi venisse il sospetto che egli, non io, fosse il vero filosofo; quel sospetto mi venne, ma non resse alla riflessione e se ne andò; per me era chiaro che Valente, se pure operava da filosofo, non ne aveva coscienza e non metteva ordine nelle sue azioni, nè sistema nei suoi ragionamenti. Non dico che la filosofia sia unicamente sistema (come vogliono certuni); filosofi profondi alla mattina, i quali diventano infelici a colazione, se la bistecca è troppo cotta, infelicissimi alla sera se perdono qualche quattrino alla tombola, ne conosco anch'io; ma perchè ho il buon senso di non proporli come modelli all'amico Nebuli (il quale non mi darebbe retta), non dirò già che filosofo e capo scarico sono sinonimi.
Del resto, sì, Valente aveva in fondo qualche ragione di non affliggersi, oltre questa interamente stoica che tanto tanto affliggendosi non ci avrebbe guadagnato nulla: aveva il suo pennello, la sua fama, la sua donna più che mezza, ed il suo avvenire intero; ai bisogni del momento dovevano provvedere la Spuma del mare e l'avvocato colla Cassazione, colle liquidazioni, colle opposizioni, col Dio sa che diavolo.
E con tutto ciò, quando il signor Bini fu stato tre giorni senza farsi vivo e ci cominciò a venire il sospetto che, dopo aver rifiutato i dollari degli Americani, la famosa Spuma si dovesse accontentare delle lirette italiane, mi parve (non ne sono sicuro) che un po' dell'inalterabilità di Valente se ne fosse andata. Pur si mostrò disinvolto, ritirò dalla Mostra il suo capolavoro e si accinse a farne la copia.