In quella entrò mia moglie, che era rimasta di là a farsi un po' bella per ricevere la visita. L'amico Valente si inchinò, le strinse la mano, le chiese come stava, con una garbatezza sciolta, di cui un tempo l'avrei creduto incapace.

E non so come avvenne la solita trasformazione intorno a me; mi parve che l'amico mio si allungasse, si allungasse, e mentre finora io lo aveva lasciato sopra una seggiola, nell'atto che si rimetteva a sedere gli spinsi fra le gambe un seggiolone.

Valente fu gentilissimo colla mia Annetta, la lodò del buon gusto, della disposizione dei nostri mobili, e la poverina tenne così poco per sè protestando di non averci quasi merito, che io dovetti intervenire due volte perchè non mi facesse la parte larga più del giusto e del ragionevole.

Sul pianerottolo l'amico mi strinse forte le due mani e mi disse:

— Hai una donnina che vale un tesoro!

— E la tua!

Non mi rispose; stette un momento in pensiero, poi disse:

— No, non vorrei essere nei tuoi panni, e pure t'invidio; prova a diventar ricco e mi comprenderai.

— Se non ti spieghi ora, temo che non avrò mai occasione di comprenderti. —

E allora egli mi disse con una serietà da burla: