Si accalorava un tantino nel dire queste parole: la sala era lui!
— Dunque non sei felice?
— Sì, sono felice, ma una volta ero di più. Ecco il mio stato; gli è che la nuova ricchezza non è soltanto la cessazione della povertà, ma l'agonia delle gioie più belle, dei desiderî più ardenti, delle speranze più balde, degli affetti più semplici, delle fantasticherie più alate. —
Ora mi andava nella lirica, bisognava fermarlo.
— Perchè tu manchi di regola — gli dissi — perchè tu non hai metodo, perchè, secondo il tuo modo di vedere, agi ed ozio sono sinonimi, perchè tu nelle ricchezze non vedi se non il possesso freddo, monotono, incapace di dare un palpito, mentre vi è la distribuzione che è varia, animata e conosce «gli affetti semplici,» e vede da vicino la «gioia,» e non volta le spalle alla «speranza.» Se io fossi in te avrei tante cose da fare, tante, tante, che non mi rimarrebbe un briciolo di tempo alle «fantasticherie alate....»
— Ah! oh! — disse crollando il capo, — l'unico, vero, purissimo conforto della vita è il fantasma; l'immaginazione è la felicità; non mi stare a compiangere i poeti morti all'ospedale, perchè per essi la vita era un giardino incantato, e lo spedale una reggia. Quando ero studente di pittura all'Accademia, e mi avevate battezzato «l'uomo del domani,» perchè non facevo che castelli in aria, allora sì che ero contento!
— Schiettamente: vorresti tornare a quei tempo, a quello stato?
— Schiettamente: no.
— Lo vedi!
— Lo vedi che non mi capisci! — esclamò egli trionfante.