Allora mi chiamava ipocrita ridendo.
Quanto alla signora Chiarina, mi pare che volesse propriamente bene alla mia Annetta, perchè, vedendola, le correva incontro ed era la prima a porgere le guance per farsi baciare, e le restituiva un bacio appena appena ci stava lo spazio di tempo necessario; ma parlava pochino, massimamente in presenza mia, e mentre non si dava le arie di gran signora, aveva un certo ritegno che mi metteva in imbarazzo; lo avrei detto sussiego, senza quella grandissima facilità di ridere e di farsi rossa. Perchè si faceva rossa? Io non sono uno sguaiato, e le parole prima di lasciarmele venir fuori dalla bocca le misuro colla lingua, pure non potevo fare una parlatina di quattro periodi senza vedere arrossire quella faccetta bianca. Allora mi fermavo pensando: «che cosa ho detto?» Meno di nulla. S'era parlato di pittura, o di mia moglie, o di suo marito. Un paio di volte avevo nominato la Venere dei Medici, o messo in ridicolo le Pompeiane moderne, che sono sempre a sedere dinanzi allo specchio, o ritte senza camicia dinanzi al bagno. Si era fatta rossa, non ci era di che, però mi guardai bene dal ricascarci.
Parlandone con mia moglie, essa mi disse: — «non capisco nulla io pure, è una cosina tutta timida, tutta ingenua, è una sensitiva, sarà per questo.»
— Sensitiva quanto vuoi, è pure la moglie di suo marito, e certe cose deve.... —
Annetta non mi lasciò finire, e corse via tappandosi le orecchie — influenza del buon esempio!
Non in questo solo mia moglie cercava di assomigliare alla sua nuova amica; a spasso mi si attaccava al braccio appoggiando un tantino la testa al mio omero, come vedeva far lei ogni giorno, stando alla finestra, nelle ore che i padroni di casa erano soliti uscire; e ripeteva le esclamazioni favorite della signora; e si pettinava liscia come lei. È detto tutto in tre parole: ne era innamorata.
Ancora Valente non mi aveva fatto vedere i suoi cartoni, ed io mi proponevo ogni giorno di chiedere quanto non mi veniva offerto, ma differivo per una ragione semplicissima, ed è che ancora Valente non mi aveva condotto in giro per il suo appartamento. Alla fine ci condusse. Quante stanze! Quanti mobili! Quanto lusso! Sulle prime non mi potei fare un'idea chiara di quel labirinto, ma quando pensandoci me n'ebbi messa la pianta nel cervello, vi trovai alcuni difetti di distribuzione che sarebbe stato un peccato non correggere. Dov'era un salotto, uno dei tanti, ci doveva essere lo studiolo, che così avrebbe ricevuto una luce bellissima; quanto a renderlo indipendente, come lo voleva l'amico mio, bastava condannare un uscio; cosa elementare.
— Grazie — mi disse Valente, e tirammo innanzi. Giunti ad uno stanzino in fondo, ci affacciammo appena di qui e di là a due camere, i cui usci si guardavano; due camere identiche, un lettuccio in ciascuna; quella a dritta era della signora Chiarina, l'altra di Valente; dentro di me io non approvavo una disposizione simile, ma quando vidi la signora Chiarina tutta rossa, ed intesi Valente dire che la si faceva rossa, figuratevi! per timore ci rivelasse la paura orribile ch'ella aveva di notte, allora non mi potei trattenere dal pensare: — Ma se ha tanta paura!...
Diceva Valente:
— Quando ho guardato sotto i letti, nell'armadio, dietro le portiere, e fatto correre le poltroncine, e lasciati aperti gli usci delle nostre due camere e la lampada accesa, quest'eroina ha ancora paura.... —