— Sì.
— Come mi piacerebbe averlo per un'ora a mia disposizione... e anche l'usciere!
— Hai tu pure una lite?
— No, ma vorrei pregarli di posare un quarticino d'ora per un quadro di genere.... —
La signora Chiarina rise forte, lui no; la lite doveva essere grave.
IV. Corvi contro Corvi.
Era grave. Per quello che io ne capii, quando Valente mi spiegò la cosa, si trattava d'un testamento impugnato. Come si impugni un testamento, voi forse non lo sapete più di me, ed io prego il Signore che non vi metta mai nella condizione di doverlo chiedere ad un avvocato, perchè già chiederlo al vocabolario sarebbe inutile.
Quello che io interrogai per farmi un'idea chiara la prima volta che fui interessato nella cosa, m'insegnava ad impugnare la forchetta e la lancia e non so quante altre cose che io sapeva impugnare benissimo (almeno mi pareva), ma di testamenti non fiatava neppure. Si trattava di un testamento impugnato, — causa Corvi contro Corvi, perchè sebbene i due Corvi, attore e convenuto, fossero in sepoltura, le leggi continuavano a supporre che non potessero aver pace se non si litigava in nome loro.
Ora era Pasquali quello che impugnava; l'altro che non voleva lasciar fare era Nebuli, non già Valente, ma il suo autore (si dice così), cioè lo zio materno, da cui l'amico mio aveva ereditato i poderi e la lite. Ci siete? Ecco come era andata la cosa.
Lo zio Nebuli ed il signor Pasquali erano stati cari e buoni amici sempre, così buoni e così cari, che per far le cose proprio benino fino all'ultimo, senza sciupare la loro amicizia, avevano pensato di innamorarsi di due sorelle e di sposarsele. Il caso — il gran sensale di matrimoni — fece trovare le due sorelle Corvi disponibili, e le doppie nozze furono conchiuse; le spose portavano, unica dote, un monte di speranze sopra un avo mezzo milionario e mezzo morto, perchè era paralitico dal lato sinistro. Lo credereste? Diventati parenti, gli amici non furono più quelli; — colpa delle cognate — dicevano, le quali abusavano (pare) del diritto che la Natura e la Società danno ad ogni buona sorella di ficcare il naso in casa del cognato, per vederci un gran numero d'importantissime cosucce che erano così, mentre dovevano essere altrimenti.