A me pareva grave.

V. Assisto ad un miracolo.

Eravamo agli ultimi giorni di ottobre; le sere cominciavano a farsi rigide, e il tempo da una settimana durava nebbioso, umidiccio, melanconico.

Da un pezzo il cavalletto stava in faccia alla finestra; era tempo di mettermi io stesso in faccia al cavalletto. Mi ci ero messo una mattina; mi stava dinanzi una bella tela larga un metro, alta 70 centimetri, avevo indosso la mia veste da camera a scacchi bianchi e neri, in testa un'idea, un pezzo di carbone fra le dita, e già stavo per confidare a quella tela vergine la prima linea del mio segreto d'autore, quando entrò Valente.

Aveva il volto illuminato ed una solennità di modi sacerdotale. Senza aprir bocca, mi fece un cenno — impossibile resistere; così come mi trovavo, non lasciandomi sfuggire il carbone dalle dita, gli mossi incontro, ed egli, presomi a braccetto, mi trasse con sè.

— Che significa? — gli domandai.

— Significa che voglio esporre un quadro alla Mostra Permanente, un quadro, l'unica fatica di questi anni d'ozio, e mi abbisogna il tuo parere.

— Un quadro! — esclamai. — Finito?

— Finito.

— Io non l'ho visto.