Era un vecchio pulito, con una faccia piuttosto grave, sebbene priva di barba, con due occhi che avevano lampi di malizia; doveva essere curioso, perchè o guardava noi, o dall'immobilità dello sguardo fisso nel suo bicchiere, dove non era proprio nulla di molto singolare, era chiaro che porgeva orecchio alla musica chiacchierina che usciva dalle labbra delle nostre donne. Io che di curiosità ho la mia porzione — non la nascondo — lo vidi un paio di volte fregarsi le mani e sorridere come ad una bella creatura del suo cervello, poi, guardando noi, rifarsi serio: una volta si alzò in piedi: mi aspettavo che se ne andasse; niente affatto: aprì le labbra probabilmente per parlare, ma probabilmente corresse l'intenzione, si palpò le tasche, fece l'atto di meraviglia di chi ha smarrito qualche cosa, ed infine estrasse una pezzuola di seta, che ricacciò in un'altra tasca senza servirsene! Di nuovo si abbandonò sulla seggiola, ancora si fregò le mani e sorrise alla sua bella incognita.
Rimanemmo poco più d'un quarticino d'ora nella birreria: nell'andarcene ci toccò rispondere al più profondo degli inchini accompagnato dal più amabile dei sorrisi.
— Che vecchietto garbato! — disse Annetta.
— Che bel vecchietto! — diss'io.
— A chi somiglia? — mi domandò Valente.
Mi feci venire in mente tutte le nostre conoscenze; non somigliava a nessuna.
— Dev'essere il ritratto di suo padre o di suo nonno, ma un uomo di quell'età ha il diritto di assomigliare a sè stesso.
— Quanti anni credi che abbia quell'uomo?
— Se non ha afferrato i sessantacinque, ci ha le mani sopra di sicuro.
— Sbagli, deve appena aver passati i sessanta.