Quel signore stava a cavallo della quarantina, ma saldo come se avesse trent'anni; era bello, aveva modi da gentiluomo artista che piacciono tanto alle donne vissute in povera condizione. Io m'immagino che, per cogliere il segreto della bellezza rara della sua Madonna, la fissasse a lungo a lungo, con due occhi, da cui si avventava il fluido magnetico, e dopo averle detto: «più su» troppo, «un po' più a sinistra» così «no» e simili, si alzasse talvolta tenendo il pennello tra i denti, e pigliasse il visino con mani carezzevoli per collocarlo come doveva essere, e sempre e ad ogni modo saettandola col fluido, finchè un giorno la signora Valeria si sentì vinta. Egli disse probabilmente — «mi sorrida» — ed ella fece un sorriso che apparve riprodotto tal quale sulla tela; poi egli, senza dir parola, ma tremante per desiderio, si accostò a lei tremante per paura, e sulle guance impallidite dalla commozione raccolse probabilmente colle labbra qualche cosa che nella tela non poteva mettere. E continuando ad immaginare, io dico che la Madonna impassibile e sorridente non somigliava per nulla in quel punto alla creatura terrena trasfigurata dall'amore.
Non le somigliò più; la signora Valeria divenne prima allegra troppo, poi troppo mesta e pallida.
E un giorno qualcuno avvertì Giorgione che la sua protetta, la sua pupilla, la sua figliola (perchè era tutto questo per lui) se ne andava di nascosto in una casa dirimpetto, dove il conte od il marchese, od il duca, od il diavolo l'aspettava per farla posare (povera Madonnina profanata!) in atto di Venere nascente dalla spuma del mare. Giorgione vide il quadro disegnato appena, comprese il resto — sapendo benissimo che non nascono Veneri innocenti dalla spuma del mare.
Un mese dopo la signora Valeria piangeva l'abbandono, e più tardi se ne moriva mettendo al mondo una creaturina — storia vecchia.
Il conte, il marchese, il duca, il che so io, era fidanzato ad una duchessina molto ricca e molto casta; il suo viaggio a Parigi aveva avuto per iscopo di comperare i doni alla sposa — quando seppe che una figlia eragli nata prima del suo matrimonio, e che la madre era morta, rispose con una lettera piena di lagrime e di biglietti di banca — invocando da Giorgione facesse lui il babbo alla bambina, e serbasse il segreto di quel disastro.
A qual fine svelare alla povera orfana la sua origine? Perchè farla affacciare alla porta d'un segreto che sarebbe stato il gran dolore di tutta la sua vita? Crebbe la fanciulla nella persuasione d'essere figlia di Giorgione, e più tardi, apprendendo che costui non era suo padre, pianse come se le venisse tolto davvero. Giorgione aveva passata la cinquantina da un pezzo; la fanciulla era giunta ai diciotto e per essere propriamente padre e figlia in faccia alla legge bastò il consenso d'entrambi, una domanda e la sentenza d'un tribunale — tutto ciò fu fatto dinanzi a due testimonî, che furono i due allievi prediletti di Giorgione: Valente ed un certo Salvioni, prodigioso ingegno, ma testa pazza e cuore bacato. E così Chiarina non seppe mai che il suo padre vero fosse....
— Chi?
Quando io feci questa domanda all'amico Nebuli, egli mi rispose crollando il capo che non lo sapeva neppur lui: Giorgione aveva custodito bene il suo segreto.
— Ma non temette egli di nuocere alla piccina tacendo?
— Temette di nuocerle parlando; ma forse chi sa?... Quando più non era in tempo, quando si avvide che era la sua ora d'andarsene, che Chiarina sarebbe rimasta sola nel mondo, forse allora si pentì, — era tardi.... —