Una sera io mi ridussi a casa più presto del solito; incontrai Eugenio solo con Clelia. Quella vista mi fe' male. Da qualche tempo Eugenio era venuto più di rado; la mia freddezza dissimulata a stento l'aveva tenuto lontano; tuttavia egli non aveva mai mentito la sua indole affettuosa; mi avea ricercato delle mie confidenze, e mi aveva fatto le sue. Io era stato sempre fra due, se dovessi credere al suo candore, ovvero ad una astuta dissimulazione--nè mai potei accostarmi a quest'ultima credenza; e poi che non ebbi altro pretesto di odiarlo, quasi gli feci colpa della sua ingenuità. Nè so dire se l'odiassi davvero; al certo io non l'amavo più; alla sua presenza un eterno quesito si affacciava alla mia mente: sapeva egli d'esser amato da Clelia? l'amava? Il suo volto non palesava nulla. E per la prima volta dissi a me stesso che la sua anima era fredda e il suo cuore marmoreo come il suo viso.
Quella notte fui sorpreso di vederlo in casa mia; ma gli mossi incontro, e credo di avergli sorriso. Clelia mi guardava severamente come chi dicesse: "vedi, la mia calma vale meglio assai che la tua." Ed era vero, troppo vero.
Eugenio partiva per Roma. Un famoso pittore aveva avuto incarico di alcuni affreschi; gli proponeva partecipasse all'opera e al prezzo; era venuto a salutarmi.
Mi venne in mente che Clelia avesse avuto parte in quella determinazione. Se quel sospetto avesse durato un'ora sola mi avrebbe fatto assai male. Guardai Clelia, ed incontrai ancora il suo sguardo limpido e franco.
--Ti fermerai gran tempo? domandai ad Eugenio non potendo frenare un'onda di gioja che mi corse dal cuore alle guance.
--Sei mesi. È questo il termine entro cui devesi condurre a termine il lavoro.
--Sei mesi sono lunghi dissi forte rispondendo al mio pensiero--assai lunghi per la nostra amicizia; aggiunsi.
Clelia mi guardò. Arrossii.
--Ritornerai fra noi, passato questo termine?
--Lo spero.