LXIII.
"Ritornata a casa si sentì debole e si rimise a letto. Respirava affannosamente, e non poteva quasi parlare; e tuttavia mi disse che la passeggiata le aveva fatto bene, e che aveva caro di aver veduto ancora una volta il verde della campagna.
"Ancora una volta" pensai tristamente. Ma ella non aveva dato quel senso alle sue parole, e parevami invece si fosse rinvigorita nella speranza. Mi parlava dei suoi progetti per il prossimo inverno, si faceva promettere tante cose, e mi assicurava che saremmo stati felici. Io stesso mi abbandonavo a crederlo.
Benedetto il sorriso del dolore, benedette le povere lusinghe della sventura!
All'improvviso Clelia si sentì venir meno.
--Tu soffri? le domandai.
--T'inganni--mi rispose con un filo di voce--l'emozione, la stanchezza forse --io non sono molto forte--soggiunse sorridendo.
Una specie di rantolo soffocò un'altra volta la sua voce; gli occhi suoi mi guardarono implorando il mio ajuto; poi si chiusero lentamente.
Il grido della disperazione partì spento dal mio petto, come un baleno stanco traverso il fitto delle nuvole. Accostai il mio al suo pallido labbro--ella respirava ancora; le sollevai il capo, e lo appoggiai sui cuscini; poi cercai il suo cuore sotto le vesti discinte--batteva agitato.
Io era solo; volli chiamare e corsi per la camera istupidito. Passando innanzi ad uno specchio vidi la mia immagine e quella di Clelia--uno spettro che errava intorno ad un cadavere.