--Ti avrei fatto avvisare; mi disse quando ebbe congedato d'un cenno l'indiano; avevo tanto bisogno di vederti, di abbracciarti.
V'era tanta mestizia, e così dolce, nelle sue parole, che ne fui sorpreso, e non seppi rispondere nulla. Ma all'improvviso m'accorsi che il suo volto era pallido più del consueto, che il suo respiro era affrettato, e che grosse gocce di sudore gli bagnavano la fronte.
--Che hai tu dunque? gli domandai spaventato.
Sorrise.
--Nulla. Un po' di febbre. Me l'aspettavo; colaggiù era malato di nostalgia, ed ora... Gli è il mutamento di clima; io mi era abituato a quel cielo di fuoco.
Poi proseguì lentamente.--V'hanno ben altre doglie che serrano ben altrimenti il cuore e intisichiscono l'anima. Che avrai tu pensato di me dopo il mio linguaggio di jeri.
--Pensai che la tua anima è malata; che tu hai d'uopo d'un buon medico.
Raimondo mi porse un'altra volta la destra.
--Ahimè! dissemi; io dispero d'incontrarne uno. Vi sono veleni che non hanno antidoto--gl'Indiani lo sanno assai benevisono piaghe che consumano ed uccidono, e contro le quali nulla potrebbero il ferro ed il fuoco. Hai tu mai dubitato?
--Di che?