Il signor S. entrò nella mia camera. Partiva fra due ore; sarebbe sbarcato a Cagliari; offrivami i suoi servigi se io n'avessi bisogno.

Ci siamo, pensai. Risposi sorridendo, e ringraziandolo.

Il signor S. non insistette, e mutò discorso. Mi narrò i suoi viaggi per l'Italia, ciò che egli vi avea visto di buono, e ciò che parevagli biasimevole. Conversava assai bene, e da principio lo ascoltai con piacere. Ma da qualche tempo io m'era distratto; rispondevagli a monosillabi, e tal volta accennando del capo.

Convien sapere che io m'era fitto in capo che il signor S. fingesse parlarmi d'altro, ma che in fondo non avesse altra mira che trascinarmi con lui in Sardegna.

Se non che, pensandovi meglio, conobbi tutta l'assurdità dei miei sospetti, e come egli non potesse avere alcun interesse a spingermi a questo viaggio. Però da quel punto abbandonai il mio sistema ridicolo di difesa, umiliato della debolezza che me lo avea suggerito.

Il signor S. mi domandò dove io intendessi di recarmi, e se mi sarei fermato ancora un pezzo a Genova.

--Lo vedete, risposi, additandogli le mie valigie.

--Voi partite?

--Per Sestri--balbettai, vergognando meco medesimo d'una determinazione presa così all'improvviso e per causa così meschina.

--È un'amena posizione--diss'egli.