Mi si strinse al seno, ed appoggiò il capo sul mio omero.
Charruà in un canto della sala, immobile come una statua, col capo ricurvo sul petto, gettava ad intervalli uno sguardo pauroso e dolente sul suo padrone. Una folla d'immagini desolate mi empiea la mente ed il cuore.
D'improvviso Raimondo si scosse, e stringendomi al petto, mi disse con accento di tristezza indefinibile:
--Che tu sia il benvenuto, amico mio--poi guardando il ritratto dì Clelia, ed accenandolo col dito: da un mese io sono solo.
Non disse altro; ma mi fe' segno che lo seguissi e mi trasse verso la sua camera.
Nell'uscire da quella sala, mi rivolsi, e vidi Charruà immobile, colle braccia incrociate e colla testa inclinata sul petto.
XXII.
Io non aveva avuto agio di contemplare il volto di Raimondo; però non appena fui seduto al suo fianco il primo mio sguardo corse a ricercare nei suoi lineamenti le traccie del suo dolore. Il dolore ha una terribile maniera d'alterare le sembianze dell'uomo; non è quella magrezza che succede ad una lunga malattia, ma una tinta indefinibile e sfumata di languore, un solco che non apparisce, ma che pure è profondo, credetelo, assai profondo.
Volsi l'occhio in giro per la camera; ogni cosa diceva l'abbandono e la mestizia; pareva che le stesse pareti vestissero il lutto. La polvere s'era addensata sugli scaffali dei libri; i ragni erano venuti ad attaccare i loro fili sovra alcune tele preziose di scuola fiamminga; da per tutto dove prima era l'ordine, regnava la trascuranza; si vedevano vasi di Sassonia posti alla rinfusa, e le più belle armi delle fabbriche di Boston giacenti confusamente in mezzo ad alcune vecchie medaglie irruginite.
Volli provarmi a confortare Raimondo. Egli sorrise, ma non cercò d'interrompermi e continuò a tenere il capo fra le palme ed a guardare fissamente il suolo con un'espressione d'amarezza disperata.