Quella donna era Clelia. Al vederla rimasi come impietrito; il cuore mi parlava troppo palesemente, perchè io potessi dubitare della verità dei miei timori; ma smanioso d'uscire da quell'ultima incertezza, e d'altra parte timoroso di perderla d'un tratto, non osavo rivolgermi per interrogare Charruà.

Poco stante mi rivolsi. Egli era a due passi da me, colla testa china e colle braccia incrociate. Lo guardai; mi guardò, ma non disse motto; e siccome io m'accostai a lui ed insistetti dello sguardo, egli sciolse le braccia e le lasciò cadere lungo i fianchi.

Quel gesto fu una rivelazione. Impietrito dalla fatale novella io non parlai per alcun poco. Charruà mi si fece accosto, con un brusco movimento del capo gettò innanzi le lunghe anella dei suoi capelli, e mi bisbigliò all'orecchio:

--Lo Charruà non incanutisce mai, i suoi capelli sono sempre neri come l'ala del corvo. Osservate signore come il vostro servo è mutato.

Io lo guardai con tenerezza: i suoi capelli una volta nerissimi, incominciavano infatti ad incanutire. Gli porsi la mano, e fè atto di portarsela alle labbra--m'accorsi che il suo ciglio era umido di pianto.

--Morta! sclamai in quel punto, guardando ancora una volta quel quadro.

--Morta--ripetè Charruà con voce fioca come un soffio di vento.

In quel punto entrò Raimondo. Mi vide e mi mosse incontro senza affrettare il passo.

Lo strinsi fra le braccia: "sono io, gli dissi, l'amico tuo, il tuo Giorgio."

Mi guardò in volto: "Tu qui!" sclamò poi con lieve accento di meraviglia. E fu il solo cenno ch'egli mi facesse del suo piacere nel rivedermi; ma io pensai che il dolore profondo gli impediva di manifestarlo, ma che, sebbene l'anima sua fosse fatta in certa guisa insensibile, egli ne provasse tuttavia grande conforto. Però lungi dall'offendermi della sua freddezza, rimasi più atterrito e dolente del suo strazio.