Per gran tempo mi dibattei in questi pensieri. Vi è qualche cosa che ci avvelena più che un inganno in amore, ed è un amico perduto--e quel dubitare d'un amico, quel vederselo innanzi, ma non più sotto l'aspetto d'un tempo, quel ritentare il passato e trovarlo muto, e vedere un seno una volta aperto agli entusiasmi confidenti chiuderci gelosamente il suo segreto, non è certamente meno doloroso. Avanza melanconica e tenace la memoria, ma essa stessa è tortura; si rimane avviticchiati come un'edera dissecata ai rami spenti d'un olmo montano --ma la vita non corre più fra le loro fibre; e quel freddo amplesso è un supplizio.
E tuttavia io non voleva credere che Raimondo fosse mutato verso di me; e lottavo meco medesimo per persuadermi che la sua amicizia aveva sopravvissuto alla distruzione del suo cuore. Domandavo questa fede ad ogni cosa, ad una stretta di mano più lunga, ad un saluto più affettuoso, ad un sorriso più confidente. Quando io gli era vicino, e potevo vederlo e parlargli, mi confortavo in cuore, però che mi paresse di riconoscere ancora il Raimondo d'un tempo; ma come io mi allontanava, la sua immagine si alterava nella mia mente; non era più lui.
Non dirò se io ne soffrissi. Raimondo se ne accorse e venne più spesso da me; talvolta si trattenne meco, ma poi che non mi sfuggiva lo sforzo che egli vi poneva, gliene fui grato, ma disperai d'arrestare il fantasma della nostra amicizia che si era oramai dileguato.
Mi ricordai d'Eugenio. Forse verso di lui io era assai colpevole; ma la lontananza non avea reso lui meno colpevole di me. Non ci avevamo scritto che poche lettere--la nostra vita intima ci era ignota a vicenda. Pure Eugenio aveva un cuor buono, e in quelle giornate di solitudine, sconfortato dei miei affetti, timoroso di vedere distrutte le ultime corde armoniose del mio seno, pensai a lui con desiderio, e gli scrissi con abbandono.
Mi rispose una lettera mesta; si scusò del suo silenzio; mi parlò dì Roma e d'arte; ma non mi disse nulla di sè medesimo, del suo passato. Gli aveva parlato a lungo di Raimondo per eccitarlo a ragionarmi del tempo in cui egli s'era trovato a Milano, ma non ne fe' cenno. Mi lasciò sperare che sarebbe venuto a stabilirsi vicino a me ed a Raimondo, la cui sciagura appresagli per la prima volta dalla mia lettera avevalo afflitto acerbamente.
Questa lettera d'Eugenio non rischiarò punto le mie tenebre.
Mi raccolsi in me medesimo; ricercai la solitudine, e domandai conforto al lavoro.
Passarono così alcuni mesi; Raimondo veniva a quando a quando da me; il suo dolore aveva perduto d'acutezza, ma non era perciò meno intenso o meno profondo; si era rassegnato al suo destino, ma alla guisa dell'albero che, incurvato dalla bufera, rinnova la corteccia e riprende la sua vita, ma non dirizza mai più i suoi rami.
Una sera io me ne stava seduto accanto al caminetto, avvolto nella mia veste da camera, contemplando alcuni tizzoni che crepitavano scherzando colle loro lingue turchine. La neve scendeva a larghi fiocchi; il ghiaccio avea disegnato a bizzarre fioriture le vetrate del mio balcone.
D'improvviso venne picchiato al mio uscio. Era Charruà. Il suo signore mi pregava di recarmi da lui; aveva bisogno di me, e che io vi andassi subito se non mi fosse grave.