--Eugenio S., sclamai, egli dunque fu qui!
--Non lo sapevate? È circa un anno che egli è ripartito per Roma; ma visse a Milano alcuni mesi.
Quella notizia sconvolse la mia testa. Io non avevo saputo dell'arrivo di Eugenio a Milano; nè Raimondo me ne aveva parlato. In ciò non era certamente nulla di straordinario, ma tuttavia io mi domandavo senza frutto perchè Raimondo non mi avesse parlato d'Eugenio. Era stato calcolo o dimenticanza? E se il suo dolore consentivami quest'ultima interpretazione, come spiegare il suo silenzio quando io era ancora in Sardegna e Clelia viveva? E perché non mi aveva prevenuto di ciò? perché Eugenio stesso non avea cercato di farmene prevenire o di prevenirmene egli stesso? Tutto quel dì m'affannai in tale pensiero.
Il giorno successivo incontrai Raimondo per via--era il cielo che lo inviava; io non aveva ancora cessato di pensare ad Eugenio; però me gli accostai con animo di domandargliene novelle.
Al vedermi, Raimondo non mostrò sorpresa; mi venne incontro benevolo, si sforzò di sorridere e si scusò meco della sua condotta. Ciò valse a dissipare i miei primi sospetti, né io vidi più in lui l'ingrato, ma soltanto l'infelice.
La sua fisonomia s'era come allungata dal dolore; il suo passo era grave, teneva il cappello assai calato sugli occhi, e l'abito nero abbottonato fin sotto la gola.
Poco stante gli parlai d'Eugenio e gli domandai se ne sapesse qualche cosa. Mi parve che impallidisse, e stentasse alquanto a rispondermi; poi mi disse che Eugenio non gli aveva scritto da molto tempo.
Siccome io mutai subito discorso, egli mi guardò in volto sospettoso, ma parve rassicurarsi. Non mi sfuggì quello sguardo e ne penetrai il senso--però da quel punto ebbi fermo in mente che Raimondo mi celava un segreto.
XXV.
Un segreto! E di qual natura poteva egli essere questo segreto che resisteva all'amicizia? O forse che io non ero più l'amico di Raimondo? ovvero la sua fede nell'amicizia s'era affievolita tanto da farlo rinunziare alla confidenza?