A poco a poco il mio demonio andò cacciandomi in mente che Raimondo non volesse vedermi, e che perciò mi facesse dire che non era in casa. E da prima pensai che egli non volesse essere turbato nel suo dolore e che io subissi la sorte di tutti--e me ne dolsi amaramente pensando alla nostra amicizia, e ai diritti ed ai privilegi che io credeva mi spettassero; ma più tardi andai oltre a credere che egli cercasse di fuggirmi accusandomi d'essere stato io la causa delle sue afflizioni. Però, siccome io mi teneva innocente e l'ingiustizia mi accende il dispetto nel cuore, stetti alcun tempo senza far ricerca di Raimondo, fingendo non curarmi di lui.

Se non che il mio proposito venne meno a poco a poco; in pari tempo che il mio sospetto andava dileguandosi; né corsero quindici giorni, che mi recai in casa della contessa sotto il pretesto di farle visita, ma in realtà coll'animo pieno di speranza di sapere dalla sua bocca qualche cosa dei cinque anni che erano passati.

La contessa mi rivide con gioja--mi parlò di Clelia con molta mestizia--e mi chiese notizie del "povero Raimondo."

Ella accentuò con dolore queste ultime parole, e mi parve di leggervi il compianto e quasi un rimprovero d'essere stata dimenticata da lui.

Non avevo adunque nulla ad apprendere da essa. In quei cinque anni Clelia e Raimondo erano stati spesso nelle sue sale. Le erano parsi entrambi felici, fino agli ultimi mesi, nei quali Clelia avea cominciato ad ammalarsi--d'allora in poi li aveva veduti più di rado--nelle ultime ore di vita della povera Clelia, s'era trovata al suo capezzale--non sapeva dirmi altro.

Mi tornò in mente il vecchio generale; e siccome parevami che io avrei potuto saperne di più da lui, ne chiesi alla contessa.

Tentennò il capo, e mi disse ch'era morto. Poco dopo le nozze della sua Clelia era stato colpito di gotta una prima volta, e n'era guarito in tempo per poter tenere al fonte battesimale la piccola Bianca che egli chiamava teneramente la sua nipotina. Poi siccome un nuovo accesso del suo male gli avea tolto l'uso delle gambe, e lo aveva costretto a vivere nel suo sepolcro imbottito, com'egli aveva battezzato in un momento di buon umore il suo antico seggiolone di cuojo verde, s'era dato all'assenzio. Alla momentanea forza che egli ritraeva da questo liquore doveva le sue ore più gaje; e però in breve ne abusò. I medici pronosticarono che seguitando di tal passo non avrebbe vissuto più di qualche mese; egli lo sapeva e se ne compiaceva. "Non vedo l'ora, soleva dire, di potermi rizzare dal mio sepolcro imbottito--in quei di sasso, scommetto, ci s'ha a star meglio." Quando fu agli estremi di vita volle gli si recasse un bicchiere d'assenzio, e siccome quello che gli veniva apprestato non era ricolmo, pregò lo si colmasse. Poi lo sollevò, e lo tenne alcuni istanti innanzi agli occhi, dicendo: "come è bella la luce traverso questo bicchiere!"

Queste erano state le ultime sue parole, ed era morto nelle braccia di Clelia e di Raimondo.

La contessa narrandomi questo triste avvenimento non poteva arrestare le sue lagrime.

Nell'uscire ella mi domandò se io avessi notizie del signor Eugenio S. pittore, amico di Raimondo.