Nè so che la pomposa eloquenza m'abbia mai cercato il cuore così profondamente.
Io non poteva indovinare chi fosse chiuso sotto quel marmo, poichè la menzogna non ne aveva tessuto l'elogio; ma comprendeva lo strazio di chi ne aveva lagrimato la morte.
Più oltre erano nuove iscrizioni, e tutte levavano a cielo le impareggiabili virtù del defunto, e compiangevano lui morto, come se egli avesse a mendicare ancora sulla terra il pane, gli onori e l'adulazione.
Però mi raccostai a quella tomba recente.
"Perchè mi hai tu abbandonato?" Era tutto--una storia d'affetti spezzata, un mondo di sogni svanito.
Pensai a Raimondo ed a Clelia.
M'allontanai un'ora dopo dal cimitero, senza essere andato più in là nelle indagini per cui era venuto. Fantasticai mille cose meste, ma senza potermi togliere di capo quel moto: "perchè mi hai tu abbandonato?"
XXIV.
Nei giorni successivi io non vidi Raimondo. Mi era recato più volte da lui, ma Charruà aveami detto che il suo signore non era in casa.
Anche Charruà parea sempre più tetro; l'ultima volta che io gli avea parlato aveami risposto con un mugolio strano che non giunsi ad intendere. Argomentai però giustamente dal contegno di lui, dello stato di Raimondo. Charruà era come uno specchio dell'anima del suo signore; non subiva altre impressioni, non amava altri affetti, non pativa altri dolori che quelli del suo protettore. Così egli chiamava Raimondo, e il suo occhio si addolciva pronunziando questa parola, come se gli ridestasse in mente una memoria assai mesta. Né io seppi mai che cosa lo legasse con tanta riconoscenza al mio amico, ma della riconoscenza non incontrai certamente e non incontrerò più mai sulla terra immagine tanto viva.