In casa eran cento follie--me la toglievo spesso sulle braccia alla sprovveduta, e con quel fardello correva pelle camere ansante. Ella mandava un piccolo grido di sorpresa; poi appoggiava il capo sul mio omero e lasciava pendere le braccia dietro le mie spalle frammettendo al continuato scoppiettio delle sue risa, alcuni accenti di rimprovero più dolci delle carezze. Il più spesso io arrestava la mia corsa d'innanzi ad uno specchio, perchè potessi vedere più al vivo lo spettacolo della mia felicità e compiacermene. Allora ella coglieva il momento per scivolarmi tra le braccia, e fattomi un bacio, e dettomi: "cattivo" se ne fuggiva nelle sue camere, giurandomi con una grazia adorabile che non l'avrei colta più mai.
A tavola gli era un perturbamento quotidiano di tutte le leggi della simmetria gastronomica. Il nostro cuoco, uomo che si teneva molto del suo ministerio, s'adoperava con molto garbo a disporre in bell'ordine la nostra mensa, e poichè non eravamo che due, Clelia ed io, egli pretendeva, non so per quali regole euritmiche, di collocarci dirimpetto l'uno all'altro. Ora siccome la tavola era ampia, avveniva che noi nell'ora di pranzo eravamo in certo modo separati bruscamente. La prima a sottrarsi a questa catena fu Clelia, e un bel giorno alle frutta abbandonò il suo posto e mi s'assise d'accanto. In seguito fummo entrambi--per il primo quarto d'ora stavamo alle leggi del cuoco; ma non più oltre.
Charruà ne era lietissimo; ma il cuoco, sebbene si adoperasse a fare anch'egli tanto da parerlo, in fondo in fondo ci soffriva, e non andò molto che si dimise dalle sue funzioni--nè io saprei immaginare altra causa se non quella del poco rispetto alla sua scienza.
Insisto su questi particolari perchè mi pare di gustare ancora quelle gioie e respirare il profumo di quella pace.
Il viaggiatore che attraversa per la prima volta il deserto, appena è se si arresta alle poche oasi che incontra, però che egli ne ignora l'eccellenza--ma quando le sabbie ardenti e i raggi del sole gli hanno appreso la durezza del cammino, egli ripensa con desiderio al tetto che lo copriva; e se mai gli avviene di avventurarsi per le stesse vie, ricerca avidamente il povero rezzo della palma, e non sa abbandonarlo senza un sospiro."
XXIX.
"I primi mesi del mio matrimonio scorsero di tal guisa fra le puerilità e le matte allegrie. Clelia era in molte cose una bambina; le piaceva dormire colla testa appoggiata sulle mie ginocchia, le piaceva passare le sue mani affilate fra mezzo ai miei capelli, e scompigliarli poi ad un tratto, e riderne. Poi voleva pettinarmi, e farmi la spartitura sul mezzo della fronte, e recavami uno specchio perchè mi guardassi, e guai! se io non ne sorrideva.
Io la lasciavo fare--mi deliziava di queste inezie, e ne aveva fatto un argomento importante della mia vita.
E che l'accigliata filosofia si levi pure a stigmatizzare nell'uomo il fanciullo--la sua voce non saprà mai giungere fino al cuore--l'infanzia è l'alba dell'amore, però che l'amore è la vita--il vero filosofo amava i fanciulli, e voleva vedere le loro teste ricciute attorno a sè, e dispensava loro le carezze, e parlava alle turbe una filosofia dolce, fidente, che si compendiava in una parola: amate.
"Amate, amate--sappiate essere fanciulli nell'amore" ecco il consiglio del saggio--e le turbe faranno assai bene a se stessi se lo ascolteranno--e faranno bene alle future generazioni se lo ripeteranno accanto al focolare ai loro figliuoli.