Il suo cuore era il più gran cuore che mai giovine diciottenne abbia sentito battere nel petto; aperto alla compassione, non per quella sensibilità che è comune a molti uomini soggetti al predominio dei nervi, ma per un sentimento gagliardo di carità, per una generosa bile che fremeva in lui contro l'apatia insultante della classe favorita dalla sorte.
Io ricercava invano l'allegro e spensierato fanciulletto d'una volta; nulla più ne rimaneva. Al sorriso scherzevole era succeduto il sorriso sereno che viene dal profondo dell'anima, alla barzelletta vivace la parola carezzevole, insinuante, melanconica. Eugenio era bello, assai bello; non di quella bellezza scipita, rattoppata colle consultazioni dello specchio, ma d'una bellezza franca, armoniosa, severa. Egli non se ne teneva, non se n'avvedeva fors'anco; e tuttavia i contorni del suo volto erano esatti, il suo colorito soavemente pallido, il suo sguardo lungo, e i suoi capelli bruni e lucenti. Era abitualmente mesto, ma alla guisa d'un'aquila che vede in alto la luce e una catena al suo piede; avrebbe forse voluto salire, volare, ma egli nol sapeva, non desiderava nulla, fuor che di benedire.
Non dirò come al contatto di quel cuore ancora vergine, e a un tempo così traboccante d'affetto, il mio cuore si rinverdisse, la mia mente si elevasse più in alto. E tuttavia io sento di dover pagare questo tributo, io che fui già così ingiusto con lui, che forse lo sono ancora.
Egli era pieno di fede; sebbene io amassi e fossi riamato, e che la fede non mi mancasse, tuttavia la mia anima ardente nell'affetto, lieta nella speranza, era inoperosa e languida nel credere. Vicino a lui mi sentii più forte; scorsi nella vita un'altra ghirlanda di fiori, e salutai il mondo con un nuovo sorriso.
Talvolta egli era pensoso, distratto; in quei momenti vagheggiava un concetto, domandava un'ispirazione, voleva creare. Questo era il suo dubbio, il suo contristato vaneggiamento: uscire dalla folla, levarsi sovr'essa con ardimento nobile, dominarla collo scettro del genio.
Si sentiva nato artista, sapeva di aver lavorato molto per riuscir tale, e s'impauriva del suo avvenire; si scoraggiava delle sue forze, gli pareva d'essere indegno di entrare nella lotta, e ch'egli dovesse uscirne, meschino atleta, colle guancie imporporate dalla vergogna.
In quei momenti mi sfuggiva, voleva essere solo, non voleva turbare la mia pace. Ma queste paure erano brevi e rare; il suo spirito si risollevava più audace, la sua mente brillava di nuovo della luce del pensiero. Allora diventava ciarliero; mi parlava dell'arte con passione, come d'una innamorata che gli avesse sorriso; e nella sua ebbrezza immaginava un quadro, e lo incominciava impaziente, e spesso lo finiva colla stessa febbre. Gli è così che egli dipinse le sue più belle tele nel breve giro di alcuni mesi.
Io non ho incontrato in altri mai così armoniosa mente legati il culto dell'arte, e il culto dell'uomo. Eugenio era un grande artista, ma, ciò che è assai più, era anche un uomo onesto. La più parte degli artisti invece ha due vite: l'una è la vita dell'arte, ed è grande; l'altra è la vita dell'uomo, ed è fango.
In breve diventammo indivisibili.
Clelia se ne era mostrata indifferente nei primi giorni; ma non andò gran tempo che io mi accorsi, sebbene tentasse di dissimularlo ai miei occhi, che mi celava l'animo suo.