--Tu finirai per dimenticarmi, mi disse dopo alcuni giorni, piangendo.

Le risposi con mille carezze, con mille giuramenti; io mi sentiva così innocente dei suoi rimproveri, che doveva far forza a me stesso per non lasciarmi vincere dal dispetto. Il mio spirito voleva ribellarsi a quel giogo, e diventava più insofferente ogni giorno; avessi io avuto una colpa, il rimorso non mi avrebbe fatto tanto male quanto il sapermi accusato senza ragione. Tuttavia ella era così buona, così dolce, così debole, che io ne sentiva quasi compassione, e trovava forza ogni volta di rispondere ai suoi rimproveri colle mie carezze. Se ne accorgeva e me n'era grata, e mi sorrideva talvolta fra le lagrime, e nascondeva il suo volto nel mio petto, dicendomi che la perdonassi. Allora il mio cuore si allargava; mi felicitavo d'essere stato paziente; ma non andava molto che queste scene si rinnovavano.

Com'era naturale, Clelia aveva concepito una strana ripugnanza per Eugenio. In cuor suo lo accusava di rapirmi a lei, d'aver posto fra le nostre anime un intervallo che prima non esisteva, e d'essercisi cacciato in mezzo lui colla sua amicizia, coi suoi sogni pazzi d'artista, colle sue fantasie.

Io comprendevo tutto ciò, e pure mi ostinavo a parlarle d'Eugenio; parevami che perchè io l'amavo anch'essa dovesse sentirne a parlare volentieri. Essa mi ascoltava talvolta in silenzio, ed io interpretando in buon senso quell'attenzione, coglievo l'opportunità di dirle ciò che io soffrissi vedendo l'ingiustizia con cui essa giudicava del mio amico. Quando io tacevo, lusingandomi di aver toccato il suo cuore, ella sì volgeva a me colla stessa aria distratta di prima, e come vedeva salirmi al volto qualche segno di collera, mi si buttava fra le braccia, ripetendomi cento volte che mi amava.

Ignoro se Eugenio si accorgesse allora di questa antipatia bizzarra, irragionevole, che avea destato in Clelia. Egli era così poco vanitoso ed avea così povero concetto di sè medesimo, che forse non si meravigliava punto che altri gli addimostrasse freddezza. Fors'anco si era accorto di tutto; ma, o ne avesse compreso le ragioni, o avesse temuto di recarmi dolore facendomi intravvedere il suo sospetto, non ne lasciò apparire alcun segno.

Una mattina Clelia si attaccò al mio braccio scherzosa, e volle che la conducessi per le camere come una volta. Mi diceva un mondo di cose; s'era svegliata di buon umore, mi amava più del solito, voleva che io l'amassi altrettanto. Le passavano in mente mille capricci, ma ne sorrideva subito ella stessa, e mi avvertiva di non darle retta perchè quel giorno amava d'essere pazzarella.

All'improvviso si arrestò, e guardandomi in volto, e circondandomi delle sue braccia, volle che io le accordassi un favore. Io era felice di poterla contentare, e glielo dissi.

--Bianca, disse a voce bassa, la piccola Bianca, la nostra creatura che è laggiù, e mi additava la camera della balia, impallidisce, vien magra....

--Che dici mai! t'inganni; ieri appena era rosea come un amorino.

--Ed oggi non lo è più, ribattè con un sorriso furbo che parea domandare dì non esser colto in fallo.