--Si sarà egli offeso? mi disse.
--E chi mai?
--Il tuo amico Eugenio?
Credevo di no, e glielo dissi."
XXXIX.
"Il domani lo aspettai ancora senza frutto--andai in traccia di lui come nel giorno innanzi, ma senza poterne avere alcuna notizia.
Me ne ritornai a casa fantasticando mille cose senza riuscire ad appagare il mio spirito irrequieto.
Questa volta Clelia non mi aveva visto dalla finestra, però non venne sulla soglia ad aspettarmi. Charruà mi additò l'uscio della sala con una espressione che non sfuggì alla pratica che io aveva del suo volto. Egli aveva una buona notizia; sapeva di farmi piacere--ma siccome tutto ciò era stato indovinato, non voleva tradirsi. Mi appressai rapido all'uscio e udii una voce nota--entrai; era Eugenio.
Eugenio seduto accanto a Clelia, le narrava forse la storia della sua assenza, una storia mesta perchè Clelia pareva commossa. In quel punto io non pensai al piacere di rivedere l'amico mio, all'ansietà passata in quei due giorni, al timore di averlo offeso, tanto io era felice di veder Clelia così mutata verso di lui. E pensai alle cagioni che avevano potuto operare questa trasformazione, e mi rallegrai quasi dell'assenza d'Eugenio, poichè parevami, e forse non andavo errato, di dover attribuire ad essa sola questo miracolo.
Strinsi la mano d'Eugenio, e m'assisi vicino a lui, interrogandolo cogli occhi. Clelia risollevò i suoi verso di me e sorrise. Quel sorriso era un mondo di idee: una confessione vergognosa dell'ingiustizia con cui aveva sempre trattato Eugenio, una promessa di non farlo più; e quasi un dirmi: "vedi, t'ho obbedita--perdonami."